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Fenomenologia della sala studio

Dopo un mese di frequentazione assidua della sala studio Verdi di Via Verdi (sotto al collegio Verdi, quando si dice… la fantasia) ho la presunzione di avere un quadro socio-psicologico abbastanza definito del microcosmo che vi si sviluppa al suo interno e del quale ho fatto parte anch’io, almeno fino a ieri.
LE SUPERFIGHE Portano venti centimetri di tacchi, fingendo di rammaricarsi se il loro incedere rumoroso disturba chi studia. Loro, le superfighe, non ci avevano mica pensato quando, alle otto del mattino, si truccavano per un’ora, sceglievano la minigonna ad hoc e si dirigevano in sala studio, al grido di “nessuno nel raggio di venti metri dovrà riuscire a studiare con me davanti”. Si dice che al sabato sera smettano i panni delle supervamp per uscire con un jeans ed una t-shirt, mooolto più comode. E lì magari ti accorgi che non è tutt'ora ciò che forzatamente luccica. ESAGERATE.
I BACCAGLIATORI Sul banco hanno, fedele copertura, il libro e gli appunti di marketing, aperto a pagina 24. Ma gli occhi cadono sulla mora del tavolo di fronte e la macchinetta del caffè diventa puntualmente un luogo deputato a rompere il… ghiaccio. A fine giornata, avranno rimediato qualche occhiataccia e riporranno nello zaino il libro, con un bel segno alla pagina 27. A meno che non decidano di ripiegare sulle sfacciate (vedi oltre). INCORREGGIBILI.
I MISTICI Sono quelli che, potrebbe cascare il mondo, la testa dal libro non la tolgono. Sono talmente assorti che neanche il rumoroso vociare dei vicini di banco riesce a mandarli in tilt. Salvo quando sotto esame: distrarli significherebbe indurli ad una serie interminabile di improperi intrisi di sarcasmo. Un po’ come quando il mio vicino di banco promise a mezza sala studio di tornare all’indomani con la radio e il volume sparato a mille. SECCHIONI.
LE SFACCIATE-SPACCIATE “Galeotto fu il libro e chi lo scrisse” hanno letto, una volta, da qualche parte. E allora confidano che lo stress da esami sia la molla che spinga da loro, brutte come la morte, maschi esauriti dallo studio e in cerca di distrazioni. Così, dopo 50 pagine di economia politica, per un ragazzo esausto anche la vicina grassona con la minigonna potrebbe diventare un diversivo. E allora, meglio essere sempre in tiro, anche se la ciccia straborda e le forme non sono propriamente quelle della Seredova. DISPERATE.
I CERCACASA Non importa se e quanto studieranno. Per loro l’importante è avere libri e quaderni lì, sul tavolo. E, nel frattempo, fare spesa, iscriversi all’appello, prendere il caffè con l’amico che sembrava scomparso. Il loro “sto studiando alla Verdi” assume spesso i contorni di un “sto vivendo alla Verdi” e, nei ritagli di tempo, finiscono anche col leggiucchiare qualche pagina. Di “Leggo” o di “City”, magari. ITINERANTI.
I TIMIDI-ASOCIALI Arrivi e chiedi se c’è posto. Loro prima ti ignorano, poi dicono di non saperlo. E tu già capisci di che pasta siano fatti. Vedi che preparano il tuo stesso esame e tu, retoricamente, ne chiedi conferma. “Sì, sto preparando letteratura” ti rispondono, rigirandosi dall’altra parte. IMPERTURBABILI.
GLI ESTROVERSI All’estremo opposto, ci sono quelli e quelle che ti danno da parlare subito. Un giorno magari ti trovi a studiare nel tavolo a fianco al loro ed il giorno dopo, inspiegabilmente, ti chiedono se hai risolto i problemi con la tua ragazza. Talvolta l’estroverso è un baccagliatore mascherato. E lì bisogna stare attenti. Soprattutto se è del tuo stesso sesso. AMICONI.
I MENEFREGHISTI Sono quelli per i quali la sala studio non è un luogo di tutti, ma la naturale estensione della propria casa, anche se magari è in Corso Trapani. Iniziano ad occupare quattro posti fingendo di aspettare amici-Godot che non arriveranno mai. Lasciano la suoneria al cellulare e, se gli gira, la cambiano mentre tu studi sentendole e risentendole tutte. Ma se sono loro a studiare, che non voli una mosca. Se squilla il cellulare, corrono all’impazzata fino all’uscita salvo rispondere un “pronto” urlato qualche passo prima di uscire dalla sala. ESISTO SOLO IO.
Domani, se sopravvivo all'appello di antropologia e all'afa di Torino, posto. Promesso.
24... e non sentirli!
Come una coppia qualunque

Scusate tanto... non avevo capito 
Referendum. Mille chilometri ed un esame imminente mi impediscono di barrare quattro sì e me ne rammarico. Non è stato facile barcamenarsi fra crioconservazione ed eterologa: non credo lo sia nemmeno per i milioni di italiani che si asterranno, a cominciare dagli ultrasessantenni, da chi di embrioni non ne capisce nulla e da chi magari qualcosa l'aveva capito, ma poi ha guardato "Porta a Porta" ed ora è in preda a raptus di follia.
Non mi piace come il tema è stato affrontato dai media. Molto pressappochismo, poche spiegazioni e la tentazione ricorrente di lavarsene le mani dando la parola agli esperti, di per sé schierati. Mi immagino uno casalinga impegnata a capirci di più: terreno più che ostico.
Papa Ratzinger ha ringhiato rimandando alla Bibbia e alla parola di Dio: non ci si aspettava altrimenti.
Nausea e conati ripetuti, invece, di fronte all’articolo della Fallaci. I mecenati del dottor Frankestein. "Sfigurare le radici della vita...massacrando le creature più inermi e indifese, cioè i nostri figli mai nati, i futuri noi stessi, gli embrioni umani che dormono nei congelatori". Parole forti, perché alla Fallaci piace colpire nel segno. Ma siamo fuori bersaglio.
E poi via a parlare dei suoi cancri, con la convinzione che “non mi importa nulla del ricatto scientifico, non mi importerebbe neppure se le staminali servissero a guarire i miei cancri: a guarire i miei cancri iniettandomi la cellula d'un bambino mai nato mi parrebbe d'essere un cannibale”.
Voterei sì al primo quesito perché credo che la scienza non vada arrestata e la storia del frigorifero di stato tirato in ballo per atterrire i cattolici non mi convince (“La maggior parte degli embrioni congelati appartengono alle coppie e colo pochissimi, che nessuno reclama, dovrebbero essere destinati alla scienza, invece che finire, come dice la legge 40, in un frigorifero di stato” da Repubblica di mercoledì). Al secondo quesito perché non c’entra l’eugenetica: se si può, è giusto garantire a chi lo voglia la possibilità di una gravidanza. E sì al terzo quesito, perché l’embrione non è un individuo e non ha gli stessi diritti della madre. E sì al quarto, che pure è il quesito che più mi fa pensare, quello sull’eterologa. Spermatozoi o ovociti di donatori esterni, per far diventare genitore chiunque, anche chi rischia di trasmettere malattie ereditarie ai figli. E la storia dell’idendità del nascituro? Beh, fatevi un giro nei centri d’affido e d’adozione: c’è qualcosa di più difficile che spiegare ad un bambino che è nato grazie all’intervento della scienza. E sarà un gioco da ragazzi farlo, per due genitori che tanto l’abbiano desiderato.
I miei giorni su Nita
Quattro giorni, con un pizzico di magìa, quella vera, che ti fa apprezzare le cose belle della vita. Solcare il mare, sorridere, fare gioco di squadra. Quando ‘cazzate’ diventa un ordine preciso da mettere in pratica, quando devi capire il vento e assecondarlo – quasi stringendo un patto con Eolo, che soffia quando e come vuole, a volte quasi prendendoti in giro -, quando anche una bella doccia comoda diventa un traguardo di cui andar fieri e di notte dormi facendoti cullare dalle onde del porto e sperando che, magari, stavolta Ledi non griderà a squarciagola solo perché si sveglia di soprassalto. Quando hai uno skipper navigato (in tutti i sensi) che ha la scorza del marinaio burbero e quando vai di bolina, velocissimo, pronto a virare, con la barca completamente inclinata. Quando sorridi perché non basta tagliare l’albero maestro a metà e contare i cerchi per capire quanti anni ha la tua Nita oppure pensi a quando ti hanno regalato una barca a vela, ma – cazzo – non aveva il fiocco.
Quando rientri a casa, con quel pizzico di malinconia. Ma ancora ti sembra di barcollare tra le onde, un po’. E sorridi, pensando a quella sfacciata signora che al Casino di Sanremo giocava 50 euro alla volta e a quella benedetta pasta alla carbonara che ha dato da mangiare agli affamati.