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Tragedia di Ischia: al bando l’ipocrisia
Non c’è sorpresa. Almeno per chi come noi l’isola d’Ischia la vive. Sulla tragedia di ieri incide la fatalità, certo, ma – ipocrisie a parte – non si può negare che il tutto rientri nell’ordine del possibile, dell’atteso addirittura.
E’ noto da tempo che la piaga dell’abusivismo edilizio, oppressivo e spregiudicato sul territorio, prima o poi avrebbe finito col ritorcersi contro: quanto abbia inciso la mano incurante dell’uomo, lo si stabilirà in questi giorni.
Certo è che l’isola d’Ischia è un patrimonio immenso, un posto di sublime bellezza lasciato da troppi anni ad un destino segnato dalle casette cubiche innalzate frettolosamente nella notte e dagli scheletri di cemento armato mai completati e destinati a far parte del arredo urbano per decenni, fin quando una legislazione frettolosa e sprecona non decida di ferire ancora l’isola, una seconda volta, con un condono edilizio. E’ questa la fine della nostra isola? Per quanti anni vedremo ancora le istituzioni tacere davanti a scempi quasi quotidiani che vengono commessi sotto gli occhi indifferenti di una popolazione troppo spesso omertosa e accomodante? Tutti lo sanno. Ad Ischia il divieto diventa consuetudine con una facilità imbarazzante…ed ecco che chi possiede anche un minuscolo terreno, pochi metri quadrati, vede già la possibilità di ricavarne una palazzina a due piani dalle dubbie qualità architettoniche e strutturali con evidenti ripercussioni tra l’altro sull’immagine dell’isola che sappiamo dipendere soprattutto dal turismo. Ci chiediamo (e speriamo che questo serva quanto meno da spunto di riflessione) per quanto tempo ancora la speculazione edilizia continuerà ad essere una regola per gli ischitani. Per quanto tempo ancora le istituzioni politiche chiuderanno gli occhi su tutti questi scempi urbanistici? Quante case verranno ancora sotterrate dal fango delle colline e dal fango dell’ignoranza?
La freddura
Caro Marini, l'importante è essere FRANCO.
Volo a Barcellona (alla faccia vostra)Il ritorno di Crozza
La perla
Vergassola a Tommasi: "Pensi di avere qualche possibilità per i Mondiali, o l'abbonamento a Sky ti scade prima?".
Se lo spot vende emozioni
"Quella che vi raccontiamo è una storia di attese, sorrisi, urla e cortei, di due colori, il giallo e il blu, che si abbracciano e si fondono, avvolgendo l’isola nel suo giorno più bello; ma quello che vi raccontiamo oggi è, a ben vedere, solo l’attesissimo lieto fine di una storia che, come e forse più di tutte le storie che si rispettino, quasi nasca dalla penna di un sadico sceneggiatore, ha visto prolungarsi angosciosamente il percorso dei suoi protagonisti, disseminandolo di ostacoli via via più difficili tanto da far vacillare anche l’idea che, in fondo, si trattasse di una storia a lieto fine.
[...]
E’ una storia che ha un protagonista piccolo e tarchiato, come il brutto anattrocolo della favola verrebbe a dire, ma nel giorno del lieto fine, con quel numero dieci sulle spalle, la metamorfosi nel più regale dei cigni è perfettamente compiuta. In barba al trito e ritrito adagio lasciatoci in eredità dagli antichi romani, il suo profeta in patria Ischia ha scoperto di averlo; e le movenze e le phisique du rôle ricordano qualcuno che, da queste parti, è un delitto non ricordare. “Buonocore subito santo” richiede convinto uno striscione di Sant’Anastasia: l’iter è decisamente lungo, visti i precedenti, ma portare Ischia al settimo cielo è un buona credenziale, oltrechè un piccolo, grande privilegio, per chicchessia. Sorride, Enrico, e festeggia ebbro di gioia, col sottofondo canoro che accompagnava proprio le gesta di Maradona; e vederlo così, professionista navigato abituato ad altri palcoscenici, è un toccasana per chi crede che, in fondo, questo sport qualche valore continui a trasmetterlo.
Ha il volto pulito di questo figlio di Ischia la promozione più dura e più difficile e non è un caso che il suo splendido sinistro (giù il cappello) dia il là alla vittoria con la ‘v’ maiuscola, quella che “giochiamo contro i penultimi, ma il discorso chiudiamolo oggi”, quella che “non mi sembra vero, ma ce la stiamo facendo”.
[...]
Questa è anche una storia di ebbrezza e di felicità, e – per definizione – l’ebbrezza consente voli pindarici. Se li consentano, gli ischitani, perché oggi possono farlo, dopo aver masticato amaro per anni. Proseguino, i caroselli di ieri, idealmente ma non solo, fino alla gran festa di sabato. Perché è tempo di buttar fuori la rabbia di anni di cocenti delusioni; è tempo di festa.
Ecco, quella che vi raccontiamo è, soprattutto, la storia di una grande festa".
