Quando Razzi fa rima con c...

Chissà cosa deve aver pensato, quel bambino dagli occhi vispissimi, in prima fila in via Po, al passaggio dei due trans brasiliani che, sulle note di Cacao Meravigliao, sculettavano con un sorriso a trentadue denti.
Io, con i miei 22 anni di vantaggio e un pizzico di malizia in più, dall'alto del balcone che dava su Gay Pride torinese, dissimulavo un pizzico di (sano) imbarazzo rispondendo con un cenno a quanti (loro sì, con tanta malizia) mi strizzavano l'occhio dal corteo, con tanto di sguardi languidi. E' il giorno del Gay Pride, ed è il dazio da pagare alla mia curiosità.
Considerazioni. Uno: non avrei tenuto in braccio il mio poppante con la disinvoltura con cui lo faceva il genitore di Via Po, esponendolo ad una dozzina di tette al vento (qualcuna finta, qualcuna vera). Due: è stata una festa, bella, vivace, in cui si è trasmessa la voglia (legittima) di libertà. Le provocazioni ci stanno. Ma mi perdoneranno gli attivisti se ho storto e storco naso e bocca allo striscione "Caro Razzy, lo vuoi capire che ci piacciono i cazzi". Tre: aria di libertà e libero arbitrio, la respiriamo. Innegabilmente. Non siamo (ancora) pronti a vedere effusioni ostentate tra gay in pubblico. Io non lo sono, almeno. Lo saremo. Lo sarà (credo) il bambino che a due anni assisteva, divertito, al gay pride torinese. Vedendo sculettare i due trans brasiliani.
Caressagerati
"Abbiamo mangiato i loro panini, indossato i loro jeans, ascoltato le loro canzoni. Ma ora vogliamo comandare noi". Fabio Caressa, su Sky, attinge copiosamente al serbatoio della retorica per presentare le 'sue' partite. Ed ha un suo stile, ammettiamolo: per quanto, spesso, la linea di demarcazione tra un conflitto epocale ed un Siena-Empoli risulti ambiguamente sottile.
Ma preferisco la sana caressagerazione al (mal)costume che vuole prima osannati, poi oltraggiati i nostri azzurri, perchè in fondo una partita non può tramutare in brocchi gli eroi cui confidavamo per dimenticare Moggiopoli & dintorni. Cartellini (De) Rossi e svirgolate maligne ci complicano la vita: ma è nel nostro italico DNA complicarci la vita - non dimentichiamocene - ed in fondo anche quella gomitata malandrina del romanaccio tutto fosforo e - si direbbe a Napoli - cazzimma, rispecchia in pieno i vizi di un popolo, il nostro, furbo e guascone, che ha preso troppo alla lettera il machiavellico "fine che giustifica i mezzi", abituato com'è a mascalzonate e slanci (proibiti) d'orgoglio.
Ed ora tutti ad inveire contro Lippi, tutti e Totti, a reclamare Inzaghi e a parlare di disfatta. Sarà.
E' un'Italia delUSA, certo; e lo siamo tutti. Ma l'equilibrio nelle analisi deve per forza essere un optional?
La bocca vibrante
Si infittisce, intanto, il numero di coloro che accedono al mio blog, accidentalmente, inserendo sui motori di ricerca "bocca vibrante". Con l'augurio che non rimangano irrimediabilmente delusi, colgo l'occasione per salutarli con affetto.
La bustona gialla
Quella busta gialla, ingombrante al punto da non poterla mettere nella borsa, porta via con sè ansie e timori, ed è perciò agognata. Un amico, con malcelata invidia, mi ha chiesto se potevo vendergliela. Ma quella bustona timbrata porta via con sè sei anni bellissimi, di incontri, interessi, sbadigli, esamini e esamoni, professorini e professoroni, gente con le palle e palle di gente. Quella bustona è lì, sulla scrivania, malinconica: la tesi è quasi finita, è ora di aprirla - la bustona. Ma, insieme con la solita caterva di carte firmate e controfirmate, non vi chiuderò dentro nient'altro. Tutto il resto, se permettete, lo porterò con me.
Vedi [città X] e poi muori
Una gentilissima commessa biellese, appreso che io sono di Ischia, ha attinto al suo bagaglio di conoscenze citando un proverbio che le sembrava di ricordare: Vedi Ischia, e poi muori.
L'avevo sentito di Napoli, Venezia, Firenze, Parigi, Roma e, se la memoria non mi inganna, anche di Roccasecca e Celle ligure. Insomma, una formula valida per ogni occasione e adattabile al paese di residenza dell'interlocutore da arruffianarsi.
Mi sono forse pentito della risposta caustica che le ho rifilato, forse perchè credeva in quel proverbio e anche perchè, non ce ne vogliano gli abitanti di Roccasecca, Ischia in fondo è davvero un'altra cosa.
Tra sacro e blasfemo
La strada che da Biella porta al bellissimo Santuario di Oropa, e che i volenterosi autoctoni - di tanto in tanto - percorrono a piedi, è costellata di piccole cappelle, dove si suole far sosta prima di riprendere il cammino. Confondendo irrimediabilmente sacro e profano, o assecondando le velleità dell'ex premier, qualcuno ha avuto, sulla via per Oropa, l'illuminazione. "Ave Maria, salvaci da Berlusconi". Se siete di quelle parti, fateci un salto. Ne vale la pena.