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Il più delle volte non si rivela sottilmente pericolosa la linea di demarcazione tra l’arte di essere napoletani (con le virtù di un popolo amabilmente ironico, capace di arrangiarsi, ospitale) e l’arroganza di ‘sentirsi’ napoletani. A Napoli un tassista si tiene i cinquanta centesimi di resto e ti dice di non preoccuparti. A Napoli un tassista tesse le lodi del collega furbo. A Napoli i furbi assurgono al ruolo di dominatori incontrastati della città. A Napoli non sopravvivi, se non sei furbo e te ne vanti.
Il degrado di una via che attraversa la centralissima Piazza Garibaldi, la stazione della quale tutta Italia dovrebbe vergognarsi, mi colpisce di nuovo, come era successo all’andata: materassi, sporcizia, spazzatura. L’ingenuo interrogativo “in dieci giorni è rimasto tutto così?” dà ispirazione al mio tassista: “No, hanno pure pulito. Ma hanno fatto a ttiempo a fa turnà tutto come prima”. La normalità è il degrado, la pulizia un’illusoria ed effimera parentesi.
Questo, più di tutto, mi mortifica: la rassegnazione. Se attraversi Napoli e a sporcizia e degrado non presti più neanche attenzione, vuol dire che la via d’uscita è lontana. Terribilmente lontana.
(Ho scritto questo post una decina di giorni fa, lo pubblico solo ora causa viaggio in Svezia).
Un ‘pieno’ della vera Sardegna

Lo status di turista è un’etichetta estremamente eterogenea che ingloba, al suo interno, tanto il play boy da spiaggia che si alza alla mezza dopo una notte brava quanto chi la meta delle sue vacanze aspira anche a conoscerla.
Con la Sardegna è stato un amore a prima vista, come avevo sottolineato con trasporto in un post dell’estate scorsa. E’ che, forse, per imparare ad amare un luogo, una regione, entrarci per davvero – attraverso chi sul serio lo conosce – rimane il modo ideale.
E così, dopo l’approccio dello scorso anno, sono tornato in terra sarda con l’ambizione di farla ancor più mia: quell’impareggiabile mix di spiagge da sogno e natura incontaminata, sul romantico sfondo di una storia d’amore, erano del resto un viatico eccezionale.
Ho apprezzato l’ospitalità di gente spontanea che vive con naturalezza il graduale passaggio dalla pastorizia e dall’agricoltura alla società del 2000 conservando fieramente l’orgoglio per le proprie radici: ti offrono non per offrire, ma perché vogliono condividere i sapori della propria terra. E non puoi rifiutare un cibo che sa di cibo, lontano dal preconfezionato cui – volente o nolente – ti sei abituato. Sale il tasso alcolico, di mirto in mirto; anche la birra non è birra, ma è rigorosamente “Ichnusa” e la sponsorizzano – tanto per intenderci - non con la biondona di turno ma con un nuraghe a mo’ di boccale.
Ho letto Salvatore Niffoi (e ne riparlerò) e rivisto nelle sue pagine, scritte con una semplicità cristallina, i colori, i sapori e i personaggi di una Sardegna che non è quella costruita con pur lodevole maestria dall’Aga Khan e tenuta d’occhio con estrema costanza dalle telecamere di “Studio Aperto” in cerca dei soliti flirt estivi che tanto ci interessano; è la Sardegna che doveva essere qualche anno fa, nei suoi libri, ma è anche la Sardegna che vedi, che intuisci, che assaggi entrando nelle case della gente.
La natura, poi: pecore ovunque, quattro per abitante; tartarughe che fanno capolino nel giardino; ricci; delfini, anche. E imbarazzato assisti ai discorsi di autoctoni che condannano l’abusivismo, tu che lo cerchi in giro e non lo trovi, abituato a pugni nell’occhio che fanno male e uccidono; non li avverti nemmeno, i leggeri buffetti che a loro fanno tanto infuriare.

Puoi vederla così, la Sardegna, macinando chilometri all’interno e fermandoti davanti ad un olivastro che quando a Betlemme nasceva Qualcuno aveva già i suoi bravi milleottocento anni.
O puoi vederla come l’esercito nel quale mi imbatto nell’affollatissima Tirrenia che mi ci porta via: abbronzati (come me, tsk) e fieri di aver preso parte al teatrino della Porto Cervo ferragostana, marionette – loro – di uno spettacolo che va in scena di anno in anno e nel quale conta salirvi, sul palcoscenico, per mettere in mostra. E chi più mette in mostra, più sorride. Ben venga la tassa sul lusso, allora: verrà il momento in cui, accanto ai mega-yacht, ostenteranno fieri anche la ricevuta della tassa pagata senza batter ciglio.
Io, se permettete, mi godo la ‘mia’ Sardegna.

Estate prima tranche - Ischia e affini



