Chissà cosa deve aver pensato, quel bambino dagli occhi vispissimi, in prima fila in via Po, al passaggio dei due trans brasiliani che, sulle note di Cacao Meravigliao, sculettavano con un sorriso a trentadue denti. Io, con i miei 22 anni di vantaggio e un pizzico di malizia in più, dall'alto del balcone che dava su Gay Pride torinese, dissimulavo un pizzico di (sano) imbarazzo rispondendo con un cenno a quanti (loro sì, con tanta malizia) mi strizzavano l'occhio dal corteo, con tanto di sguardi languidi. E' il giorno del Gay Pride, ed è il dazio da pagare alla mia curiosità. Considerazioni. Uno: non avrei tenuto in braccio il mio poppante con la disinvoltura con cui lo faceva il genitore di Via Po, esponendolo ad una dozzina di tette al vento (qualcuna finta, qualcuna vera). Due: è stata una festa, bella, vivace, in cui si è trasmessa la voglia (legittima) di libertà. Le provocazioni ci stanno. Ma mi perdoneranno gli attivisti se ho storto e storco naso e bocca allo striscione "Caro Razzy, lo vuoi capire che ci piacciono i cazzi". Tre: aria di libertà e libero arbitrio, la respiriamo. Innegabilmente. Non siamo (ancora) pronti a vedere effusioni ostentate tra gay in pubblico. Io non lo sono, almeno. Lo saremo. Lo sarà (credo) il bambino che a due anni assisteva, divertito, al gay pride torinese. Vedendo sculettare i due trans brasiliani.