Toccato il fondo. L'episodio di bullismo contro un ragazzo down è quanto di più nauseabondo ho sentito negli ultimi anni. Virtute e canoscenza fanno posto alla brutalità più infima, ingigantita dall'esibizionismo che ha portato a riprendere la scena, quasi fosse un'impresa sportiva, e diffonderla su Internet. Allora, ogni commento è forse superfluo.
Della Tommasi e di tutti gli altri ...Bocconi

Al mio risveglio torinese di stamattina, dopo l'abbondante colazione del NatCafè, sono stato bombardato da lei. Ad ogni angolo di Via Po, le sue gigantografie catturavano l'occhio. Ai semafori, gli ingorghi avevano tutti una semplice spiegazione: Sara Tommasi. I totem del nuovo calendario di Max (tutto esaurito in pochi giorni, scommettiamo?) hanno riempito Torino, dunque. Le sue tette ci hanno rapito. Ma io volevo capire qualcosa in più di questa ragazza che zompetta da un reality all'altro e che il mio amico Gianpiero mi aveva detto, tempo fa, sua compagna di corso alla Bocconi.
Mi sono allora imbattuto in una sua intervista, per penetrare (fuor di metafora, per carità: la mia Sara è nei paraggi) nell'universo-Sara Tommasi. Ed ho capito, bontà sua e del suo attento intervistatore, tante cose.
Ho capito, per esempio, che "più desideri il successo, più il fidanzato non riesce a essere quello della porta accanto". Ipse dixit. E allora pazienza, farò le mie scelte.
Ho capito anche che la Sara Tommasi si considera «un prodotto da vendere nel mercato dello showbusiness», cosa che mi sembra anche abbastanza centrata - a ben vedere - purchè non ci vengano più a parlare di femminismo e di mercificazione del corpo della donna, se una laureata con 105 alla Bocconi parla, senza giri di parole, di prostituzione intelligente.
Ho capito che se non sfonda con lo spettacolo, farà giornalismo, la Tommasi. E forse sfonderà anche lì, perchè - dopo tutto - è bella bella, e aiuta (vero, Gregoraci?). E che sua mamma, che dice “A me sembra che ti sei fatta togliere le mutande da tutta Italia e basta” , sarà anche ingenua, ma un po' c'ha ragione.
Ho capito tante cose, e ne capirete altrettanto voi, leggendo l'intervista della cinica Sara da Terni. Ma ho capito anche che, che lo compri o no il calendario, la Tommasi è una gran bella figliola e la prima a capirlo (e giù con la storia che tira più più un pelo...), Bocconi o non Bocconi, è stata proprio lei.
Gatti, non parole
“Non c’è limite alla vergogna degli schiavi. Il caporale vuole una ragazza da far violentare dal padrone. Questo è il prezzo della manodopera nel cuore della Puglia”. La racconta Fabrizio Gatti su “L’Espresso” della scorsa settimana: e di retroscena crudi, crudissimi il suo reportage ne svela tanti, in rapida successione. Violenze, angherie, sfruttamento: lì dove gli extracomunitari sono bestie da soma, dove il padrone “dà gli ordini con gli insulti resi celebri dal vicepresidente del Senato, Roberto Calderoli: ‘Forza bingo bongo’” e dove si configura una vera e propria ‘corsa disumana che premia chi più taglia i costi di produzione’.
Ci sono modi e modi di fare giornalismo: i giornalisti da poltrona pullulano, oggi che Internet ti dà tutto. Lui, Gatti, ha fatto ancora dell’osservazione partecipante il suo cavallo di battaglia: rischiando, per raccontare. Lui c’era, tra gli immigrati, e ha visto. Ben venga, il giornalismo in prima linea. Recuperate quel reportage, in qualche modo, se ancora non l’avete letto: capirete che siamo un paese dove l’inciviltà ancora regna sovrana, soprattutto al sud; e che le inchieste serie e fatte bene, ancora una volta su “L’Espresso”, non sono poi una rarità.
Storie di napoletana follia
E’ un mondo a sé, Napoli, e esservi catapultato dopo la paradisiaca parentesi sarda non fa che ingigantirne i contorni. Impietosamente. “A quegli americani – mi racconta il tassista nella diffusissima mistura di italiano e dialetto – ‘o collega r’u mio ce ha kjesto vinticinche euro a per’ono. Questi ci portano i soldi, è giusto accussì”. Venticinque euro per un percorso da nove e cinquanta. Che, nel mio caso, diventano dieci perché, ricevuta la banconota da dieci, il mio interlocutore è ironicamente generoso: “Nun te prioccupà, apposto così”. Mi tranquillizzo.
Il più delle volte non si rivela sottilmente pericolosa la linea di demarcazione tra l’arte di essere napoletani (con le virtù di un popolo amabilmente ironico, capace di arrangiarsi, ospitale) e l’arroganza di ‘sentirsi’ napoletani. A Napoli un tassista si tiene i cinquanta centesimi di resto e ti dice di non preoccuparti. A Napoli un tassista tesse le lodi del collega furbo. A Napoli i furbi assurgono al ruolo di dominatori incontrastati della città. A Napoli non sopravvivi, se non sei furbo e te ne vanti.
Il degrado di una via che attraversa la centralissima Piazza Garibaldi, la stazione della quale tutta Italia dovrebbe vergognarsi, mi colpisce di nuovo, come era successo all’andata: materassi, sporcizia, spazzatura. L’ingenuo interrogativo “in dieci giorni è rimasto tutto così?” dà ispirazione al mio tassista: “No, hanno pure pulito. Ma hanno fatto a ttiempo a fa turnà tutto come prima”. La normalità è il degrado, la pulizia un’illusoria ed effimera parentesi.
Questo, più di tutto, mi mortifica: la rassegnazione. Se attraversi Napoli e a sporcizia e degrado non presti più neanche attenzione, vuol dire che la via d’uscita è lontana. Terribilmente lontana.
(Ho scritto questo post una decina di giorni fa, lo pubblico solo ora causa viaggio in Svezia).
Caressagerati
"Abbiamo mangiato i loro panini, indossato i loro jeans, ascoltato le loro canzoni. Ma ora vogliamo comandare noi". Fabio Caressa, su Sky, attinge copiosamente al serbatoio della retorica per presentare le 'sue' partite. Ed ha un suo stile, ammettiamolo: per quanto, spesso, la linea di demarcazione tra un conflitto epocale ed un Siena-Empoli risulti ambiguamente sottile.
Ma preferisco la sana caressagerazione al (mal)costume che vuole prima osannati, poi oltraggiati i nostri azzurri, perchè in fondo una partita non può tramutare in brocchi gli eroi cui confidavamo per dimenticare Moggiopoli & dintorni. Cartellini (De) Rossi e svirgolate maligne ci complicano la vita: ma è nel nostro italico DNA complicarci la vita - non dimentichiamocene - ed in fondo anche quella gomitata malandrina del romanaccio tutto fosforo e - si direbbe a Napoli - cazzimma, rispecchia in pieno i vizi di un popolo, il nostro, furbo e guascone, che ha preso troppo alla lettera il machiavellico "fine che giustifica i mezzi", abituato com'è a mascalzonate e slanci (proibiti) d'orgoglio.
Ed ora tutti ad inveire contro Lippi, tutti e Totti, a reclamare Inzaghi e a parlare di disfatta. Sarà.
E' un'Italia delUSA, certo; e lo siamo tutti. Ma l'equilibrio nelle analisi deve per forza essere un optional?
29 e non festeggiarli
Vincere uno scudetto e non poterlo festeggiare. Perchè non credi più, in fondo, a quel calcio che tanto ti ha appassionato e tanto ti appassiona e quei colori per i quali ti sei emozionato, hai tifato, hai investito energìe sono (momentaneamente, si spera) offuscati dallo scandalo degli scandali, da un manigoldo che sembra sincero, davanti alle telecamere, nel rivelare affranto che qualcuno gli ha ucciso l'anima. Ma l'evidenza - caro Moggi - è un macigno pesantissimo, e allora ti emozioni nel vedere la Juve vincere a Bari e Capello il duro gioire come un bambino, ma ti chiedi - scottato - quanto valga davvero questo calcio.
No, non ci siamo: che qualcuno abbia il coraggio di fare un mea culpa. Perchè è tutto sbagliato, ma proprio tutto, a prescindere da quanto e come abbiano inciso le famigerate telefonate, a prescindere da tutto. Così non va. Che qualcuno, chi può ovviamente, me/ce lo restituisca, il calcio. Al più presto.
IL DISASTRO
L'obiettivo della mia amica e compaesana Rosanna sul disastro di Ischia. Perchè non si dimentichino cause ed effetti della tragedia.

Con parole sue
Tante righe, su tutti i principali giornali. Servizi toccanti, solo qualcuno mostra l'acume di chi ha veramente capito l'isola e la tragedia. Che - inutile sottolinearlo - ne esce con le ossa rotta, malgrado i salti mortali retorici del sindaco Brandi.
Tra tutti, Simonetta Robiony su "La Stampa".
"Ma Ischia è fatta anche dagli ischitani, gente che s'è vista piovere addosso quest'improvvisa ricchezza, che ha cercato di sfruttarla aggiungendo stanzette e stanzone alle loro "casaroppole" per affittarle d'estate. Senza badare ai canaloni dentro i quali corre l'acqua piovana, senza ricordarsi che il tufo è materiale friabile, senza tenere a mente che le fondamenta devono essere profonde per dar solidità e che sotto l'Epomeo è meglio non costruire perchè la montagna frana.
[...] A Ischia regna l'abusivismo. Ma mentre il grande abusivismo, quello degli hotel a 5 stelle, può permettersi investimenti a garanzia della sicurezza, il piccolo abusivismo dell'impiegato comunale che ha allargato la casetta mattone su mattone facendosi aiutare dai vicini, non offre nessuna garanza. E alla prima pioggia può crollare".
Centrato in pieno.
E' un giorno di lutto e di dolore per la comunità ischitana, raggelata da morti assurde e dalla potenza devastante della natura. Ma, ancor di più, dalla presuntuosa pretesa di poterla mortificare, la natura, attraverso la mano dell'uomo, spesso incurante degli effetti cui va incontro pur di rispondere al martellante imperativo di 'costruire. Abbiamo scritto, con l'amico Gianpiero, queste righe, inviandole ai giornali.
Tragedia di Ischia: al bando l’ipocrisia
Non c’è sorpresa. Almeno per chi come noi l’isola d’Ischia la vive. Sulla tragedia di ieri incide la fatalità, certo, ma – ipocrisie a parte – non si può negare che il tutto rientri nell’ordine del possibile, dell’atteso addirittura.
E’ noto da tempo che la piaga dell’abusivismo edilizio, oppressivo e spregiudicato sul territorio, prima o poi avrebbe finito col ritorcersi contro: quanto abbia inciso la mano incurante dell’uomo, lo si stabilirà in questi giorni.
Certo è che l’isola d’Ischia è un patrimonio immenso, un posto di sublime bellezza lasciato da troppi anni ad un destino segnato dalle casette cubiche innalzate frettolosamente nella notte e dagli scheletri di cemento armato mai completati e destinati a far parte del arredo urbano per decenni, fin quando una legislazione frettolosa e sprecona non decida di ferire ancora l’isola, una seconda volta, con un condono edilizio. E’ questa la fine della nostra isola? Per quanti anni vedremo ancora le istituzioni tacere davanti a scempi quasi quotidiani che vengono commessi sotto gli occhi indifferenti di una popolazione troppo spesso omertosa e accomodante? Tutti lo sanno. Ad Ischia il divieto diventa consuetudine con una facilità imbarazzante…ed ecco che chi possiede anche un minuscolo terreno, pochi metri quadrati, vede già la possibilità di ricavarne una palazzina a due piani dalle dubbie qualità architettoniche e strutturali con evidenti ripercussioni tra l’altro sull’immagine dell’isola che sappiamo dipendere soprattutto dal turismo. Ci chiediamo (e speriamo che questo serva quanto meno da spunto di riflessione) per quanto tempo ancora la speculazione edilizia continuerà ad essere una regola per gli ischitani. Per quanto tempo ancora le istituzioni politiche chiuderanno gli occhi su tutti questi scempi urbanistici? Quante case verranno ancora sotterrate dal fango delle colline e dal fango dell’ignoranza?
Volo a Barcellona (alla faccia vostra)
Ne parleremo domattina a "Tv talk" (Raitre 7:30-9), insieme - come al solito - ad altri argomenti.
Io direi che un plauso grondante invidia dobbiamo pur farlo a questo trentenne dal linguaggio e dai modi informali che ha fatto del cazzeggio non una filosofia di vita (come tanti) quanto uno specifico contenuto televisivo, su cui imperniare un'intera trasmissione (un'ora e mezza, tre volte alla settimana: mica noccioline...). Insomma, tanto di cappello ad uno che guadagna divertendosi e si diverte guadagnando, peraltro a Barcellona. Se poi rivestiamo Italo-spagnolo di ambizioni sociologiche, beh, il discorso cambia: è una tv che tiene compagnia, per i contenuti rivolgersi altrove.
Se lo spot vende emozioni
La nuova pubblicità istituzionale dell'Enel è, a mio avviso, una delle più belle degli ultimi anni. Le tre storie catturano l'attenzione (grazie anche alla mirabile voce di Giannini, of course), emozionano e fanno riflettere. Sono ben scritte, insomma: a cominciare da quella dello studioso chiuso in sè stesso e nella sua casa salvo poi scoprire, grazie al suo ventilatore, un mondo nuovo.
Colpisce che il brand non sia quasi reclamizzato, ma solo evocato tramite, ad esempio, l'esaltazione del valore dell'energia. Quando le pubblicità regalano storie, quando questo sono ben fatte e quando, addirittura, riescono ad emozionare, beh, ben venga la vituperata interruzione.
I miracoli dell'Olimpiade

Sbiadisce, lentamente, il ricordo delle Olimpiadi. Ma viva è la sensazione di aver vissuto un miracolo. Anzi più miracoli:
1) Vedere i piemontesi entusiasmarsi, in blocco. E vivere la città, senza lo sguardo fisso sull'orologio.
2) Appassionarsi e discutere, anche animatamente, per uno sport che, se l'avessi inventato io, la neuro mi sarebbe alle costole. Viva il curling, insomma.
3) Allo stesso tavolo, americani e tedeschi (ubriachi) e un paio di cappellini istituizionali della Guardia di Finanza, che girano. I legittimi proprietari, ubriachi anch'essi, fanno baldoria all'insegna di un volemose bene nonostante non capisca un cazzo di quello che state dicendo. W l'Italia, insomma. E la divisa, of course.
4) Le notti bianche, una città che straborda. Ma ordinata, nel suo caotico delirio. Una roba del genere, a Napoli, avrebbero dovuto ricostruirla dalle fondamenta, all'indomani, la città.
5) Ho visto il fervore nazionalistico sul viso di chi, fino ad un giorno prima, pensava che bob fosse al massimo il nome del cane del vicino e immaginava la Fusar Poli una sala del Politecnico di Torino. W le Olimpiadi.
6) Bragagna, commentatore di Raisport, è impazzito in un delirio di onnipotenza nel quale si è immaginato re indiscusso di tutti gli sport, alla faccia di un Bizzotto qualunque. E la sigla dei Flinstones è diventata, come per incanto, lo stacchetto ideale per il curling.
7) La neve. Le Olimpiadi. La città illuminata a festa. Tanta gente. L'avevo sognato, da bambino.
8) Vedere i contestatori, no-global e quant'altri, quelli per cui il mondo va allo scatafascio, zittirsi e guardarle le Olimpiadi, perchè i portici di Via Po sono rimasti immacolati e lo spirito olimpico, forse, non è un'invenzione retorica.
9) Voglia di stupire, ovunque. Anche esibendo una modella in intimo, nella vetrina.
10) Fare coda ovunque. Senza batter ciglio.
Napoli ed il futuro
Argomento di discussione accesa nel mio ultimo post, rilancio. Napoli: dove va a finire? Si risolleva? Ha davvero toccato il fondo?
Ho girato la questione al senatore Lauro, candidato a sindaco per la Casa delle Libertà. Senza stare a guardare il colore, avendo a cuore solo le sorti della città partenopea. Ecco come mi ha risposto, sul suo blog:
Pasquallido, nel post in cui annuncio la mia candidatura a sindaco di Napoli, ha scritto:
"E' uscito da poco "Napoli siamo noi" di Giorgio Bocca, un'inquietante ma lucida disamina dei problemi della capitale del Mezzogiorno. Ha letto il libro? Nel suo estremismo ragionato, Bocca non dà molti spiragli ad una città prigioniera dei suoi problemi e del suo lassismo. Utopie a parte, è sicuro di riuscire a risollevare una città di cui continuiamo a sentire ovunque il de profundis?"
Ecco la mia risposta:
Credo che non troverà un solo candidato a sindaco della città dare una risposta negativa alla sua domanda. Con quale faccia potrei presentarmi agli elettori se ritenessi impossibile una ripresa della città? Io credo che in Europa ci sono esempi importanti di città che hanno visto, almeno una parte consistente del proprio territorio, una trasformazione radicale nell'arco di meno di dieci anni. Barcellona non è il solo modello da tenere in debita considerazione, anzi c'è una realtà come quella di Marsiglia che partiva da basi molto simili a quelle di Napoli. Ecco, io penso che accanto alle denunce ora sia dovere di tutti offrire il proprio contributo in termini di progettualità e di azioni concrete. Anche una denuncia può servire, la segnalazione di un torto, di un disservizio e così via. Esistono strumenti che tutti noi possiamo usare per far sentire la nostra voce alle amministrazioni pubbliche e li dobbiamo usare. Per questo istituirò anche uno sportello apposito destinato a raccogliere ogni segnalazione del genere, perché è facile che a un cittadino comune queste strutture predisposte non diano ascolto, ma ad un senatore candidato sindaco sicuramente non potranno riservare lo stesso trattamento (io dico ingiustamente perché è inammissibile che i cittadini comuni non vengano tutelati) ed allora li costringeremo a dare risposte.
Se vuole mi può scrivere a questo indirizzo di posta elettronica: s.lauro@senato.it o visitare il sito della http://www.casadelleliberta.net
di cui sono presidente.
saluti
SL
P.S.: il libro l'ho letto sabato scorso e l'ho portato con me nel mio giro al Vomero. Le dirò che l'ho trovato un libro ampiamente lacunoso, con tante discutibili operazioni che non sono state nemmeno menzionate (tipo Banco di Napoli) e mi sembra un regolamento di conti interno alla sinistra in atto già da tempo. http://www.casadelleliberta.net.
Il paragone con città che hanno avuto la forza di risollevarsi mi piace, confesso. Anche se credo che si debba partire più a fondo, per Napoli, una città prigioniera - anche - della sua cultura del lassismo e di quello che Bocca chiama - magistralmente - il "pur isso adda campà". Io credo che Bocca non volesse coprire l'intero raggio delle problematiche napoletane. E non lo vedo così 'militante'. Finestra elettorale virtuale a parte, un grazie al Senatore. Ed alla sua disponibilità.
Napoli è una città dai mille eccessi, in cui nulla è banale e tutto scatena emozioni. Non sempre positive, chiaramente.
Ho appena finito di leggere "Napoli siamo noi" di Giorgio Bocca, che consiglio a chi vuole addentrarsi nei meandri di una realtà complicata, difficile. Ne emerge un quadro a tinte fosche, per certi versi inquietante; perchè il concetto di fondo è che Napoli presenti, ingigantite, tutte le pecche dell'Italia. L'Italia è uno schifo, insomma, ma a Napoli le cose vanno un po' peggio.
Nella sua razionalità, è un'analisi estremista, certo; da accompagnare, rigorosamente, con una guida fotografica delle perle di una città dove la storia ed il folklore si rincorrono e si esprimono in ogni angolo.
Napoli è una città bella ma incompiuta, questo è chiaro, un inno al" potrei ma non voglio", "vorrei ma non posso"; una città che fatica a rialzarsi e che paga un'arretratezza civile ormai - ahinoi - atavica.
Una congiuntura mediatica - a partire dal dossier "Addio Napoli" su L'Espresso di qualche mese fa - ne ha portato alla ribalta le imbarazzanti problematiche.
"Napoli adagiata sul golfo - scrive Bocca - è stupenda, ci si chiede se anche questa bellezza non faccia parte del prezzo spaventoso che paga per esistere". E giù un durissimo reportage tra storie di camorra, onnipresente, onnisciente, diffusissima, storie di lassismo, di microdelinquenza, di degrado, di sporcizia, di procuratori che si rimboccano le maniche ma vengono "gentilmente" allontanati, perchè, scrive Bocca, vige il vizio tutto napoletano della tolleranza complice per cui tutto viene concesso, tutto perdonatoperchè "pur isso adda campà". Il barbone sa che "Napoli è la città più tollerante d'Italia, l'unica, diceva il marchese De Sade, in cui un assassino può circolare tranquillo". Così, sfrattato, "resiste e grida: 'Voi non fare questo a me' e l'indomani la sua tenda azzurra è di nuovo piantata", in piazza Garibaldi, la stazione più brutta e pericolosa d'Italia (considerazione mia).
Ho uno strano rapporto con Napoli, una città che ho imparato a conoscere molto gradualmente, che consiglierei (e consiglio) di visitare a chiunque. Non di viverci,assolutamente. La napoletanità, poi, è un coacervo di tratti marcati, che nei mix meglio assemblati creano figure squisite e persone eccezionali; ma che, tuttavia, ingloba anche ignoranza e inciviltà, come e più che altrove.
Si avvicinano le comunali, a Napoli. Colori politici a parte (visto che la storia ha registrato fallimenti dall'una e dall'altra parte), l'augurio è che qualcuno risollevi la vecchia capitale del Mezzogiorno. Ne ha bisogno, lo merita. Lo meritano i napoletani per i quali isso adda campà, ma se l'adda pure merità.
Parlamento pulito
E' assolutamente inconcepibile che persone condannate, in via definitiva, per vari reati possano sedere nel Parlamento Italiano. Rappresentandoci.
Come al solito, alla ristretta cerchia degli eletti (i politici) sono attribuiti più onori di quanti siano gli oneri.
E noi ci troviamo spaesati davanti al paradosso di trovarci rappresentati da persone che rubano (e stavolta lo slancio qualunquistico è assente: si tratta di fatti, documentabili e documentati.
Ma vi rimando al blog di Beppe Grillo. Non perdetevelo. E date un'occhiata all'elenco, naturalmente.
Celentanate
Sopravvissuti. Il primo giovedì senza Celentano è filato via liscio. Soprattutto, nessuno ha sentito la mancanza della ripartizione del mondo in lento e rock.
Ne avevamo, confessiamo tutti, le palle piene. Perchè il gioco è bello quando dura poco. Perchè l'italiano è una lingua bellissima e svilirla con la metaforizzazione di due aggettivi di matrice musicale è ...lento (argh!). Perchè, soprattutto, in giro lo facevano tutti, dai giornali ai professori. Perchè anche mia nonna ha definito lenta sua nuora (mia zia), ma non ho ancora chiaro se si riferisse alla sua intrinseca negatività o al fatto che la stesse aspettando - con le buste della spesa - da due ore. Con l'acqua che bolliva.
Due perle, sull'argomento.
Dipollina, su Repubblica: La cosa migliore rimane l'interpretazione che ho continuato a leggere in vari posti, quella di chi ha inteso che nella divisione celentaniana rock significasse veloce e assatanato e che lento significasse davvero lento. Così Celentano impara, la prossima volta, a usare termini meno metaforizzati, ripiegando magari con una cosa del tipo "figo" e scamuffo".
Dotto, su La Stampa (in pieno clima celentaniano): Metti il naso fuori dalla porta e incroci l'inquilino del primo piano che scende le scale a passo di carica: "Oggi mi sento rock". Ma neasnche barricato dentro casa stai sicuro: "Israele è Rock, Ahmadinejad è lento". [...] E' l'allarme sociale. L'epidemia è linguistica, il virus è la parola. [...] Celentano come Platone. Il dibattito monta. Il serpente è rock, il coccodrillo è lento. Lobotomizzati tutti. Invasi dall'ultracorpo. [Contagio a parte, le vere vittime della celentanata sono i rockettari. [...] A nome di tutti i rockettari e vincendo il conato di nausea, il quiz è: sputtanare il rock, è rock o lento?
Libero di dire cazzate
Incuriosito dal dibattito su "Porta a Porta" di ieri sera, stamattina ho chiesto "Libero" in edicola. Proprio così. Credo che l'edicolante mi abbia guardato storto, aspettandosi - al solito - 'Repubblica'. Ma avevo l'illusoria speranza, come al solito, che allargare gli orizzonti aiuti a capire i fatti. Sapevo della faziosità di Libero. Ma ci sono rimasto male a leggere "Chiamate l'ambulanza" in prima pagina. Per Celentano, naturalmente. Rockpolitick non è recensito, solo sarcasticamente stroncato. Contaminazione tra cronaca e opinioni. Anzi, pochissima cronaca. E Benigni diventa arrogante e delirante, quasi fosse l'ultimo clown di casa nostra.
Ho dunque dedotto che a "Libero" non gliene frega una mazza che io compri il giornale.
"Libero" è un prodotto su ordinazione: pago il mio euro e VOGLIO leggere che Prodi è un coglione e che Celentano ruba i soldi alla Rai. Mi sta bene così. Così come in pizzeria ordino la mia brava pizza con i funghi, e non mi aspetto altro; e così come mi sta bene che la Deusanio inventi storie in tivvù. Che poi siano vere o no, me ne sbatto: io voglio farmi due risate sulle corna della casalinga napoletana e basta.
Perchè io volevo leggere che Rockpolitik è un programma fatto male e avevo speso il mio prezioso euro per quello. Ho invece letto che bisogna ricoverare Celentano, che i suoi silenzi sono remuneratissimi etc etc.
Non è un discorso di fazione o di colore. Dall'altro lato, avrei avuto risposte contrapposte ma simili, immagino. E prometto che quando mi indignerà "L'Unità", troverete un post simile.
Ma non venitemi a dire che questo è giornalismo, per carità. "Chiamate l'ambulanza" a caratteri cubitali non è giornalismo. Punto e basta.
Quarantaquattro Gatti

Fabrizio Gatti è un giornalista con due palle così che ha avuto il coraggio di gettarsi nelle acque di Lampedusa, spacciandosi per un immigrato clandestino, e facendosi rinchiudere per una settimana nel centro di accoglienza dell'isola. Il suo reportage sull'Espresso di qualche settimana fa, con il quale denuncia a chiare lettere l'animalesco modo con cui vengono trattati gli immigrati in quello che dovrebbe essere un centro di accoglienza, costituisce una delle più belle pagine di giornalismo degli ultimi tempi. Perchè era lì, lui; perchè ha vissuto in prima persona quello che poi ha raccontato ed è anche giusto che l'oggettività che si confà ad un giornalista venga, in questo caso, accompagnata dalla soggettività di chi ha vissuto sulla propria pelle ciò che racconta: angherie, maltrattamenti, condizioni disumane. Perchè il giornalismo serio non si fa seduti in poltrona. Perchè è facile fare opinione, più difficile e meno comodo inventarsi un reportage. "Un nome inventato e un tuffo in mare" non sono bazzecole. E il suo reportage ha i crismi della storia vera perchè vissuta, non ci sono fonti nè di primo nè di secondo grado. C'è lui, che è l'immigrato, che fa la storia. Se avete tempo e voglia, dateci un'occhiata. Quarantaquattro di questi Gatti.