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Stiano attenti, gli aspiranti fotografi sull'isola d'Ischia. Perche' potranno essere bravi e spinti dallo spirito d'iniziativa e avventurarsi nei sentieri piu' nascosti della splendida isola verde, ma dovranno fare i conti con loro. Gli autoctoni. Che, quasi fossero cani da guardia addestrati all'uopo, sentono l'odore delle macchine fotografiche e, dalle loro ville semi (o senza il semi) abusive, escono con fare indagatorio. Ti guardano. E si chiedono, ti chiedono. L'idea che loschi individui si addentrino nell'Ischia nascosta con tanto di apparecchio, beh, non li manda in visibilio.
Ischia e' anche questa. Andiamo in giro a far fotografie, e la gente esce dalle case abusive, guardinga. Potresti star fotografando qualcosa che, chissa', ieri non c'era. E allora, meglio che giri alla larga. E se dai l'impressione di essere un turista, beh, allora meglio dirti che questa stradina e' una via cieca. Tu, che cieco non lo sei, intravedi l'impero del mattone deturpare il tuo paradiso. E loro, fare la guardia. Patetici.
E' anche questa Ischia. E mi dispiace.
Sei mesi di lavoro, anche duro. E ti accorgi che hai meno tempo per te e gli altri. E per il blog, chiaramente. Un bel periodo, comunque. Contratto a progetto, of course. E allora, rieccoci qui. E il punto interrogativa che aleggia inquietante alle nostre spalle? Beh, facciamoci l'abitudine.
Non e' mica un problema, del resto, non poter pianificare la propria vita a 360 gradi? No, non lo e'. Ma non mi si venga a parlare dei problemi delle commesse e dei lavoratori stagionali, perchè se non arriva la gratificazione per chi studia, beh, allora nel sistema c'è qualcosa di piu' fondamentale che viene a mancare.
E allora: diritto delle aziende assumere a tempo determinato o a progetto. Pero c'e' qualcosa che non va quando viene meno, sul mercato, l'attenzione alla risorsa interna, proprio perche questa e' fisiologicamente volatile; e' allora che diventa maledettamente fallato il sistema.
C'e' qualcosa che non va quando una casa editrice che si chiama Zadig approfitta di un bando e di una borsa di studio finanziata da un ente esterno per promuovere uno stagista interno, dopo accurata selezione alla quale chi scrive e' malauguratamente (quanto casualmente) arrivato secondo.
Parentesi autobiografica chiusa. Avrei voluto scrivere, a fine anno, che delle 10 cose che chiedevo al 2006 (blog docet) una buona parte si e' realizzata. Mi sono laureato, ho viaggiato, ho trovato (temporaneamente) lavoro. Eppoi l'Ischia e' salita in D (a proposito, gran campionato!), Berlusconi ha perso le elezioni. E ho visto, intorno, tanti sorrisi. Molti dei quali sinceri. Ce n'e' abbastanza per accontentarsi, no?
mESSEngeR o non mESSEngeR,
questo è il problema

Siamo diventati tutti, direi irrimediabilmente, schiavi di Messenger. Comunichiamo sempre più al computer, anche se il telefono non ci costa (come quand’ero in collegio, per le telefonate interne, e preferivamo scriverci piuttosto che telefonarci da una camera all’altra) e anche se, in ufficio, siamo distanti dieci metri uno dall’altro. Cambia il costume, e allora sia benedetto questo ormai diffusissimo mezzo di comunicazione sincrono che mi fa sentire vicino ai miei amici di tutto il mondo. Poi succede che, conosciuto il mezzo, ci si smalizi, si blocchi il contatto che ti tormenta o quello che ti prende in giro per il pareggio della Juve con l’Albinoleffe, si imponga lo stato ‘invisibile’ in attesa che arrivi il contatto da baccagliare (virtualmente, of course). La moda è dilagante, il mezzo (quasi) uno status symbol. E la versione del MSN di Moggi con i contatti ‘sospetti’ (e di questi, qualcuno strategicamente bloccato) ci ha fatto sorridere. E accade che il nick di Messenger, o ancor di più l’occhiello che l’accompagna, sia una sorta di biglietto da visita, rendendo partecipi i tuoi contatti di quanto tu voglia quotidianamente condividere (mai, però, sostituire del tutto il proprio nome: capire chi sia Tornato dal viaggio a Caltanissetta potrebbe sennò essere impresa ardua). Ecco, allora, che si delineano più figure, a seconda dell’utilizzo che si fa del nick.
I CRIPTICI sono quelli che su MSN si presentano con nick incomprensibili ai più, nel malcelato tentativo che quella frase oscura a tutti i contatti porti, in fondo, a chiedere lumi. Egocentrismo spiccato, inutile dirlo: a volte si rivolgono ad una lingua straniera per accentuare la cripticità del messaggio. Salvo poi svelarne ogni più intimo risvolto alla prima richiesta di delucidazione.
GLI ADOLESCENZIALI, al contrario, utilizzano MSN alla stregua del vecchio diario delle medie, accompagnando il nick all’evento del giorno e, quel che più conta, all’emozione che l’accompagna. Capita allora di imbatterci in un “In ansia per l’esame di domani” , in un “Che bello, fra poco arriva Natale” o in un “Sto partendo per un lungo viaggio che non è Barcellona” dei quali faremmo volentieri tutti un po’ a meno.
I MONOCORDE, invece, tendono a portare avanti, sul nick, un unico tema, per esempio le vicissitudini della propria squadra del cuore o gli aggiornamenti apportati al proprio blog, o la crescita del proprio cagnolino.
I NO GLOBAL di MSN, che utilizzano il servizio solo quando è strettamente necessario per risparmiare i 15 centesimi dell’SMS, adoperano un nick scarno ed essenziale, spesso col nome (al massimo abbreviato, guai perderci un minuto in più).
I FANATICI, per i quali la vita reale è soltanto una delle finestre del Messenger, spesso trascurata, meditano a lungo il nick da proporre, scegliendolo spesso dopo nottate insonni.
I WORDS PLAYER, dei quali faccio sporadicamente (e con risultati non sempre convincenti) parte, esprimono la propria comicità di parola attraverso il nick di MSN.
I PETTEGOLI, invece, propongono nick che riguardano sempre e solo i propri amici, diffondendone le novità (evidentemente sempre all’insaputa di questi).
E’ evidente che, dopo questo post, almeno metà dei miei contatti mi bloccherà. E non è detto che, in fondo, sia stata, questa, la molla che mi ha spinto a scriverlo.

A volte ritornano. A volte rimangono.
Ischia versus Napoli

In una piacevole conversazione, qualche giorno fa un tecnico della Rai, in corso Sempione a Milano, mi ha raccontato un aneddoto sul suo indimenticato viaggio ad Ischia, dopo averne tessuto le lodi. Mi ha dunque raccontato di quando, sull'isola, gli fu restituito intatto il portafogli smarrito. Incredulo, promise al suo generoso interlocutore che avrebbe parlato bene ovunque dei napoletani. Promessa che fu stroncata sul nascere da un perentorio "guardi che noi siamo ischitani, non napoletani". La qual cosa, a distanza di un paio d'anni, lo lascia ancora interdetto.
Ho cercato di spiegargli che la distanza tra Ischia e Napoli va ben oltre le diciassette miglia e mezzo che la dividono ed abbraccia differenze cultural antropologiche che affondano le radici nell'insularità di Ischia. Numero uno, dunque: siamo un'isola, e l'identità degli abitanti è evidentemente più forte. Numero due: l'ischitano ha nel tempo maturato una certa ritrosìa (quando non idiosincrasia) verso il napoletano, generata dalla barbara invasione che, a luglio e ad agosto, subisce l'isola da parte dell'orda partenopea, e non certo (o non solo, se preferite) della sua più illustre componente, che pure non manca. Essere defraudati della tranquillità che impera nel resto dell'anno, e poter godere solo parzialmente delle proprie risorse, non deve essere andato a genio all'ischitano, che pure non sembra curarsi - in quanto ad affittanze - di selezionare bene l'utenza. Il tutto ingigantito dalla cugina Capri, che fa turismo d'elite e selezionato, mentre ad Ischia si trasferisce il popolino, che deve pur aver diritto alle sue vacanze, per carità.
Insomma, la distanza culturale tra Ischia e Napoli è ancora tangibile, nonostante la globalizzazione incalzante: l'insularità ed una storia recente evidentemente diversa hanno mantenuto netto il confine tra ischitani e napoletani. Così, un ischitano non si dirà mai napoletano, mentre ho sentito dirsi leccese gente di Leuca, che dal capoluogo disterà un bel po' di chilometri.
A questo punto, ho scorto un evidente cenno di assenso, nel mio interlocutore.
Di nuovo Juve, di nuovo passione

Sono tornato allo stadio, oggi, e l'ho fatto - casualmente - tra la gente e non in quell'elitario e privilegiato recinto della tribuna stampa. Nell'Olimpico che trasmette calore, al centro della città e non nella sua estrema periferia, ho definitivamente accantonato la freddezza nei confronti della nuova Juve e di quanto le orbiti intorno per riabbracciare del tutto quei colori, io e i trentamila che hanno gremito il nuovo impianto, per il 4-0 col Modena. Più forte di tutto e tutti, il legame per la tua squadra. Non c'è scandalo, personaggio, evento che tenga: riemozionarti davanti a quei colori - perchè lo stadio è e resta un'altra cosa, cari pantofolai dell'era Sky - è qualcosa di spontaneo, ingovernabile. C'è poesia, nel calcio: un peccato non riuscire a vederla, un delitto cercare di oscurarla.
Ci sono modi e modi di fare giornalismo: i giornalisti da poltrona pullulano, oggi che Internet ti dà tutto. Lui, Gatti, ha fatto ancora dell’osservazione partecipante il suo cavallo di battaglia: rischiando, per raccontare. Lui c’era, tra gli immigrati, e ha visto. Ben venga, il giornalismo in prima linea. Recuperate quel reportage, in qualche modo, se ancora non l’avete letto: capirete che siamo un paese dove l’inciviltà ancora regna sovrana, soprattutto al sud; e che le inchieste serie e fatte bene, ancora una volta su “L’Espresso”, non sono poi una rarità.
Il più delle volte non si rivela sottilmente pericolosa la linea di demarcazione tra l’arte di essere napoletani (con le virtù di un popolo amabilmente ironico, capace di arrangiarsi, ospitale) e l’arroganza di ‘sentirsi’ napoletani. A Napoli un tassista si tiene i cinquanta centesimi di resto e ti dice di non preoccuparti. A Napoli un tassista tesse le lodi del collega furbo. A Napoli i furbi assurgono al ruolo di dominatori incontrastati della città. A Napoli non sopravvivi, se non sei furbo e te ne vanti.
Il degrado di una via che attraversa la centralissima Piazza Garibaldi, la stazione della quale tutta Italia dovrebbe vergognarsi, mi colpisce di nuovo, come era successo all’andata: materassi, sporcizia, spazzatura. L’ingenuo interrogativo “in dieci giorni è rimasto tutto così?” dà ispirazione al mio tassista: “No, hanno pure pulito. Ma hanno fatto a ttiempo a fa turnà tutto come prima”. La normalità è il degrado, la pulizia un’illusoria ed effimera parentesi.
Questo, più di tutto, mi mortifica: la rassegnazione. Se attraversi Napoli e a sporcizia e degrado non presti più neanche attenzione, vuol dire che la via d’uscita è lontana. Terribilmente lontana.
(Ho scritto questo post una decina di giorni fa, lo pubblico solo ora causa viaggio in Svezia).
Un ‘pieno’ della vera Sardegna

Lo status di turista è un’etichetta estremamente eterogenea che ingloba, al suo interno, tanto il play boy da spiaggia che si alza alla mezza dopo una notte brava quanto chi la meta delle sue vacanze aspira anche a conoscerla.
Con la Sardegna è stato un amore a prima vista, come avevo sottolineato con trasporto in un post dell’estate scorsa. E’ che, forse, per imparare ad amare un luogo, una regione, entrarci per davvero – attraverso chi sul serio lo conosce – rimane il modo ideale.
E così, dopo l’approccio dello scorso anno, sono tornato in terra sarda con l’ambizione di farla ancor più mia: quell’impareggiabile mix di spiagge da sogno e natura incontaminata, sul romantico sfondo di una storia d’amore, erano del resto un viatico eccezionale.
Ho apprezzato l’ospitalità di gente spontanea che vive con naturalezza il graduale passaggio dalla pastorizia e dall’agricoltura alla società del 2000 conservando fieramente l’orgoglio per le proprie radici: ti offrono non per offrire, ma perché vogliono condividere i sapori della propria terra. E non puoi rifiutare un cibo che sa di cibo, lontano dal preconfezionato cui – volente o nolente – ti sei abituato. Sale il tasso alcolico, di mirto in mirto; anche la birra non è birra, ma è rigorosamente “Ichnusa” e la sponsorizzano – tanto per intenderci - non con la biondona di turno ma con un nuraghe a mo’ di boccale.
Ho letto Salvatore Niffoi (e ne riparlerò) e rivisto nelle sue pagine, scritte con una semplicità cristallina, i colori, i sapori e i personaggi di una Sardegna che non è quella costruita con pur lodevole maestria dall’Aga Khan e tenuta d’occhio con estrema costanza dalle telecamere di “Studio Aperto” in cerca dei soliti flirt estivi che tanto ci interessano; è la Sardegna che doveva essere qualche anno fa, nei suoi libri, ma è anche la Sardegna che vedi, che intuisci, che assaggi entrando nelle case della gente.
La natura, poi: pecore ovunque, quattro per abitante; tartarughe che fanno capolino nel giardino; ricci; delfini, anche. E imbarazzato assisti ai discorsi di autoctoni che condannano l’abusivismo, tu che lo cerchi in giro e non lo trovi, abituato a pugni nell’occhio che fanno male e uccidono; non li avverti nemmeno, i leggeri buffetti che a loro fanno tanto infuriare.

Puoi vederla così, la Sardegna, macinando chilometri all’interno e fermandoti davanti ad un olivastro che quando a Betlemme nasceva Qualcuno aveva già i suoi bravi milleottocento anni.
O puoi vederla come l’esercito nel quale mi imbatto nell’affollatissima Tirrenia che mi ci porta via: abbronzati (come me, tsk) e fieri di aver preso parte al teatrino della Porto Cervo ferragostana, marionette – loro – di uno spettacolo che va in scena di anno in anno e nel quale conta salirvi, sul palcoscenico, per mettere in mostra. E chi più mette in mostra, più sorride. Ben venga la tassa sul lusso, allora: verrà il momento in cui, accanto ai mega-yacht, ostenteranno fieri anche la ricevuta della tassa pagata senza batter ciglio.
Io, se permettete, mi godo la ‘mia’ Sardegna.


Quando l'italiano viaggia...
IL DISASTRO
L'obiettivo della mia amica e compaesana Rosanna sul disastro di Ischia. Perchè non si dimentichino cause ed effetti della tragedia.

Tragedia di Ischia: al bando l’ipocrisia
Non c’è sorpresa. Almeno per chi come noi l’isola d’Ischia la vive. Sulla tragedia di ieri incide la fatalità, certo, ma – ipocrisie a parte – non si può negare che il tutto rientri nell’ordine del possibile, dell’atteso addirittura.
E’ noto da tempo che la piaga dell’abusivismo edilizio, oppressivo e spregiudicato sul territorio, prima o poi avrebbe finito col ritorcersi contro: quanto abbia inciso la mano incurante dell’uomo, lo si stabilirà in questi giorni.
Certo è che l’isola d’Ischia è un patrimonio immenso, un posto di sublime bellezza lasciato da troppi anni ad un destino segnato dalle casette cubiche innalzate frettolosamente nella notte e dagli scheletri di cemento armato mai completati e destinati a far parte del arredo urbano per decenni, fin quando una legislazione frettolosa e sprecona non decida di ferire ancora l’isola, una seconda volta, con un condono edilizio. E’ questa la fine della nostra isola? Per quanti anni vedremo ancora le istituzioni tacere davanti a scempi quasi quotidiani che vengono commessi sotto gli occhi indifferenti di una popolazione troppo spesso omertosa e accomodante? Tutti lo sanno. Ad Ischia il divieto diventa consuetudine con una facilità imbarazzante…ed ecco che chi possiede anche un minuscolo terreno, pochi metri quadrati, vede già la possibilità di ricavarne una palazzina a due piani dalle dubbie qualità architettoniche e strutturali con evidenti ripercussioni tra l’altro sull’immagine dell’isola che sappiamo dipendere soprattutto dal turismo. Ci chiediamo (e speriamo che questo serva quanto meno da spunto di riflessione) per quanto tempo ancora la speculazione edilizia continuerà ad essere una regola per gli ischitani. Per quanto tempo ancora le istituzioni politiche chiuderanno gli occhi su tutti questi scempi urbanistici? Quante case verranno ancora sotterrate dal fango delle colline e dal fango dell’ignoranza?
Il ritorno di Crozza

La neve a Milano: istantanee



