A volte bisogna rallegrarsi della propria follia per essere contenti della propria saggezza

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Non so se l'erba campa e il cavallo cresce, ma bisogna avere fiducia

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Heracleum blog & web tools
domenica, 19 novembre 2006

mESSEngeR o non mESSEngeR,

questo è il problema

 



Siamo diventati tutti, direi irrimediabilmente, schiavi di Messenger. Comunichiamo sempre più al computer, anche se il telefono non ci costa (come quand’ero in collegio, per le telefonate interne, e preferivamo scriverci piuttosto che telefonarci da una camera all’altra) e anche se, in ufficio, siamo distanti dieci metri uno dall’altro. Cambia il costume, e allora sia benedetto questo ormai diffusissimo mezzo di comunicazione sincrono che mi fa sentire vicino ai miei amici di tutto il mondo. Poi succede che, conosciuto il mezzo, ci si smalizi, si blocchi il contatto che ti tormenta o quello che ti prende in giro per il pareggio della Juve con l’Albinoleffe, si imponga lo stato ‘invisibile’ in attesa che arrivi il contatto da baccagliare (virtualmente, of course). La moda è dilagante, il mezzo (quasi) uno status symbol. E la versione del MSN di Moggi con i contatti ‘sospetti’ (e di questi, qualcuno strategicamente bloccato) ci ha fatto sorridere. E accade che il nick di Messenger, o ancor di più l’occhiello che l’accompagna, sia una sorta di biglietto da visita, rendendo partecipi i tuoi contatti di quanto tu voglia quotidianamente condividere (mai, però, sostituire del tutto il proprio nome: capire chi sia Tornato dal viaggio a Caltanissetta potrebbe sennò essere impresa ardua). Ecco, allora, che si delineano più figure, a seconda dell’utilizzo che si fa del nick.

I CRIPTICI sono quelli che su MSN si presentano con nick incomprensibili ai più, nel malcelato tentativo che quella frase oscura a tutti i contatti porti, in fondo, a chiedere lumi. Egocentrismo spiccato, inutile dirlo: a volte si rivolgono ad una lingua straniera per accentuare la cripticità del messaggio. Salvo poi svelarne ogni più intimo risvolto alla prima richiesta di delucidazione.

GLI ADOLESCENZIALI, al contrario, utilizzano MSN alla stregua del vecchio diario delle medie, accompagnando il nick all’evento del giorno e, quel che più conta, all’emozione che l’accompagna. Capita allora di imbatterci in un “In ansia per l’esame di domani” , in un “Che bello, fra poco arriva Natale” o in un “Sto partendo per un lungo viaggio che non è Barcellona” dei quali faremmo volentieri tutti un po’ a meno.

I MONOCORDE, invece, tendono a portare avanti, sul nick, un unico tema, per esempio le vicissitudini della propria squadra del cuore o gli aggiornamenti apportati al proprio blog, o la crescita del proprio cagnolino.

I NO GLOBAL di MSN, che utilizzano il servizio solo quando è strettamente necessario per risparmiare i 15 centesimi dell’SMS, adoperano un nick scarno ed essenziale, spesso col nome (al massimo abbreviato, guai perderci un minuto in più).

I FANATICI, per i quali la vita reale è soltanto una delle finestre del Messenger, spesso trascurata, meditano a lungo il nick da proporre, scegliendolo spesso dopo nottate insonni.

I WORDS PLAYER, dei quali faccio sporadicamente (e con  risultati non sempre convincenti) parte, esprimono la propria comicità di parola attraverso il nick di MSN.

I PETTEGOLI, invece, propongono nick che riguardano sempre e solo i propri amici, diffondendone le novità (evidentemente sempre all’insaputa di questi).

E’ evidente che, dopo questo post, almeno metà dei miei contatti mi bloccherà. E non è detto che, in fondo, sia stata, questa, la molla che mi ha spinto a scriverlo.

Postato da: pasquallido a 18:44 | link | commenti (7) |
costume, ciò che succede intorno a pas, pasquallido e humour

martedì, 17 ottobre 2006

Dei delitti e delle pene

E ora come dirglielo, pensiamoci, ai tanti marcocommitante dei quali è costellata la nostra felice adolescenza, 'mastini' dei campi da calcetto, quelli - tanto per intenderci - che ringhiavano con ferocia sulle tue caviglie anche se, in fondo, i pali delle porte erano due bombole di gas svuotate e il fallo laterale era segnato da una linea invisibile ed arbitraria? Già, quando vigeva l'inganno della più inverosimile delle regole, 'gol o rigore' (come dire, il gol è dubbio, hai ragione, ma come la risolviamo? io qualcosa devo guadagnarci) e quando le pause interminabile erano quelle per recuperare i palloni in dirupi ai confini del mondo.

Ora si svegliano un mattino e decidono - orrore - che bisogna calmarsi un pochino. Risparmiarsi, insomma. Leggo e ripropongo: "La Cassazione avverte che non farà sconti di pena a chi, giocando a calcetto con gli amici in incontri del tutto amatoriali, procura lesioni all'avversario come se stesse giocando una partita decisiva di campionato. In particolare la Suprema Corte - con la sentenza 33577 della IV Sezione Penale - ha confermato la condanna per lesioni colpose gravi e la multa di 200 euro nei confronti di un ragazzo di Trapani, Giovanni G., che aveva rotto entrambi i legamenti rotulei delle ginocchia di un amico durante un incontro di calcetto improvvisato sulla spiaggia. Giovanni, con una "entrata in scivolata" di "estrema irruenza e violenza" aveva mandato a terra Giuseppe V. provocandogli la rottura bilaterale dei tendini di tutte e due le ginocchia".

Tranquilli, non è un provvedimento retroattivo e dunque il takle su De Siano che mi è valso, qualche settimana fa, l'etichetta di assassino resterà irrimediabilmente impunito. E con lui tutti quelli che, come il mio amico Marco, hanno alle spalle un'adolescenza di entrate da dietro e gomiti alti (sia detto con affetto, amico caro).

Ma il problema è di carattere generale e prende le mosse dagli innumerevoli "allora amm'a jucà a fa male?" che hanno dato il là a contese accese ai limiti della battaglia, con la spiaggia dei Pescatori pronta a trasformarsi in un'arena da gladiatori e la rissa, non neghiamolo, è sempre stata dietro l'angolo. Giocare a calcetto, dalle mie parti, è sempre stato pericolosamente eccitante, soprattutto tra i 14 e i 18 anni, prima che un ineffabile senso di quiete decubertiniana prendesse il posto dell'orgoglio da scugnizzo regolato sulle frequenze del 'vincere a tutti i costi'. Ecco, quelle battaglie restino intoccabili, neppure scalfite - nell'immaginario della nostra carriera di aspiranti calciatori in erba (quella sudicia del campetto di San Ciro, mista a fango) dai recenti richiami all'ordine.

Postato da: pasquallido a 18:07 | link | commenti (6) |
costume, il mondo di pasquallido, pasquallido e humour

giovedì, 28 settembre 2006

Cinema che fa riflettere

Nuovomondo, il film di Crialese che ha riscosso successo a Venezia, ti proietta nel Viaggio ponendo l'accento su ansie e speranze di una famiglia siciliana degli Anni 20 in cerca - dentro e fuor di metafora - dell'America. Realismo da documentario e divagazioni oniriche si fondono in un film che ci proietta indietro nel tempo, a quando gli albanesi eravamo noi, per parafrasare il titolo di un bellissimo libro di Gian Antonio Stella. Già, perchè la crudezza delle immagini che ci fanno penetrare nell'universo di chi lascia tutto per il miraggio di qualcosa è quanto mai attuale. Casualmente, come ha sottolineato il regista, presente alla proiezione al "Massimo" di Torino.

Postato da: pasquallido a 15:20 | link | commenti |
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venerdì, 15 settembre 2006

Piuttosto che… cosa?

Mi ergo a capofila, se mi è consentita l’ambizione, di un movimento teso ad osteggiare con fermezza l’uso dilagante del piuttosto che settentrionalizzato, del quale – ahimè – si è perso ogni ragionevole controllo.

Intendiamoci: si usa sempre di più la forma piuttosto che in luogo di o. Ad Ischia ci sono turisti tedeschi piuttosto che americani significherebbe che l’isola verde è meta di entrambe le categoria. Il piuttosto che denaturalizzato lo si sente ovunque ed è pervasivo: io non solo non mi ci adeguo, ma – da sociolinguista in erba – vi invito ad ostacolarlo e a rimarcarlo come errore laddove vi imbattiate nel costrutto incriminato. Perché è grammaticalmente innammissibile.

E se la mia parola non è autorevole, beh, vi rimando a quella della linguista Ornella Castellani Pollidori che sul sito dell’Accademia della Crusca analizza dettagliatamente il fenomeno.

Se avete la pazienza di seguire il suo discorso, comprenderete una pericolosa deriva dell’italiano contemporaneo. “Si tratta – sottolinea - di una voga d’origine settentrionale, sbocciata in un linguaggio certo non popolare e probabilmente venato di snobismo (in tal senso è azzeccata l’allusione nel quesito a un uso invalso «tra le classi agiate del Settentrione»). Era fatale che tra i primi a intercettare golosamente l’infelice novità lessicale fossero i conduttori e i giornalisti televisivi, che insieme ai pubblicitari costituiscono le categorie che da qualche decennio - stante  l’estrema  pervasività e l’infinito potere di suggestione (non solo, si badi, sulle classi culturalmente più deboli) del "medium" per antonomasia - governano l’evolversi dell’italiano di consumo.
 Non c’è giorno che dall’audio della televisione non ci arrivino attestazioni del piuttosto che alla moda, spesso ammannito in serie a raffica: «... piuttosto che ... piuttosto che ... piuttosto che ...», oppure «... piuttosto  che ... o ... o ... », e via con le altre combinazioni possibili. Dalla ribalta televisiva il nuovo modulo ha fatto presto a scendere sulle pagine dei giornali: ormai non c’è lettura di quotidiano o di rivista in cui non si abbia occasione d’incontrarlo. E purtroppo la discutibile voga ha cominciato a infiltrarsi anche in usi e scritture a priori insospettabili (d’altra parte, se ha prontamente contagiato gli studenti universitari, come pensare che i docenti, in particolare i meno anziani,  ne restino indenni?)”. 
 

Come sottolineavo in apertura, si tratta di un costrutto inammissibile. Perché in contrasto con la tradizione grammaticale della nostra lingua e con la storia stessa del sintagma (a partire dalle premesse etimologiche); come sottolinea la linguista “la ragione più seria sta nel fatto che un  piuttosto cheo può creare ambiguità sostanziali nella comunicazione, può insomma compromettere la funzione fondamentale del linguaggio”. Tra gli esempi, trovo citati e ripropongo: «È stupefacente riscontrare quanti italiani trentenni e quarantenni popolino le grandi università americane, piuttosto che gli istituti di ricerca e le industrie ad avanzata tecnologia nella Silicon Valley»; naturalmente questo piuttosto che pretende di surrogare la semplice disgiuntiva, ma il lettore non edotto è portato a chiedersi come mai i giovani studiosi italiani sbarcati negli Stati Uniti snobbino per l’appunto i prestigiosi centri di ricerca della Silicon Valley. E ancora: «... di questo passo, saranno gli omosessuali piuttosto che i poveri piuttosto che i neri piuttosto che gli zingari ad essere perseguitati»: frase pronunciata dal noto (e benemerito)  dott. Gino Strada nel corso del Tg3 del 22.1.2002; in questo caso, la prospettiva d’una persecuzione concentrata protervamente sulla prima categoria avrà reso perplesso più di un ascoltatore”. abusivamente equiparato a

Insomma: da questo blog, da queste righe, rilancio una missione: non sono contro i cambiamenti, perché la lingua – ci insegnano i sociolinguisti – è in continua trasformazione e sono i parlanti, più che le grammatiche, a dettarne le regole; pur tuttavia, ci sono casi – e questo ne è uno – in cui il fenomeno stride con altri costrutti ben più radicati. Fermiamolo, finchè siamo in tempo.

Postato da: pasquallido a 00:02 | link | commenti (7) |
costume, le iniziative di pasquallido, il linguista che è in me

lunedì, 21 agosto 2006

Estate - Seconda tranche

Un ‘pieno’ della vera Sardegna

 

Lo status di turista è un’etichetta estremamente eterogenea che ingloba, al suo interno, tanto il play boy da spiaggia che si alza alla mezza dopo una notte brava quanto chi la meta delle sue vacanze aspira anche a conoscerla.

Con la Sardegna è stato un amore a prima vista, come avevo sottolineato con trasporto in un post dell’estate scorsa. E’ che, forse, per imparare ad amare un luogo, una regione, entrarci per davvero – attraverso chi sul serio lo conosce – rimane il modo ideale.

E così, dopo l’approccio dello scorso anno, sono tornato in terra sarda con l’ambizione di farla ancor più mia: quell’impareggiabile mix di spiagge da sogno e natura incontaminata, sul romantico sfondo di una storia d’amore, erano del resto un viatico eccezionale.

Ho apprezzato l’ospitalità di gente spontanea che vive con naturalezza il graduale passaggio dalla pastorizia e dall’agricoltura alla società del 2000 conservando fieramente l’orgoglio per le proprie radici: ti offrono non per offrire, ma perché vogliono condividere i sapori della propria terra. E non puoi rifiutare un cibo che sa di cibo, lontano dal preconfezionato cui – volente o nolente – ti sei abituato. Sale il tasso alcolico, di mirto in mirto; anche la birra non è birra, ma è rigorosamente “Ichnusa” e la sponsorizzano – tanto per intenderci - non con la biondona di turno ma con un nuraghe a mo’ di boccale.

Ho letto Salvatore Niffoi (e ne riparlerò) e rivisto nelle sue pagine, scritte con una semplicità cristallina, i colori, i sapori e i personaggi di una Sardegna che non è quella costruita con pur lodevole maestria dall’Aga Khan e tenuta d’occhio con estrema costanza dalle telecamere di “Studio Aperto” in cerca dei soliti flirt estivi che tanto ci interessano; è la Sardegna che doveva essere qualche anno fa, nei suoi libri, ma è anche la Sardegna che vedi, che intuisci, che assaggi entrando nelle case della gente.

La natura, poi: pecore ovunque, quattro per abitante; tartarughe che fanno capolino nel giardino; ricci; delfini, anche. E imbarazzato assisti ai discorsi di autoctoni che condannano l’abusivismo, tu che lo cerchi in giro e non lo trovi, abituato a pugni nell’occhio che fanno male e uccidono; non li avverti nemmeno, i leggeri buffetti che a loro fanno tanto infuriare.

 

Puoi vederla così, la Sardegna, macinando chilometri all’interno e fermandoti davanti ad un olivastro che quando a Betlemme nasceva Qualcuno aveva già i suoi bravi milleottocento anni.

O puoi vederla come l’esercito nel quale mi imbatto nell’affollatissima Tirrenia che mi ci porta via: abbronzati (come me, tsk) e fieri di aver preso parte al teatrino della Porto Cervo ferragostana, marionette – loro – di uno spettacolo che va in scena di anno in anno e nel quale conta salirvi, sul palcoscenico, per mettere in mostra. E chi più mette in mostra, più sorride. Ben venga la tassa sul lusso, allora: verrà il momento in cui, accanto ai mega-yacht, ostenteranno fieri anche la ricevuta della tassa pagata senza batter ciglio.

Io, se permettete, mi godo la ‘mia’ Sardegna.

Postato da: pasquallido a 16:08 | link | commenti (10) |
natura, i miei viaggi, costume, ciò che succede intorno a pas, gli scatti di pasquallido, sardegna for ever

domenica, 18 giugno 2006

Quando Razzi fa rima con c...

Chissà cosa deve aver pensato, quel bambino dagli occhi vispissimi, in prima fila in via Po, al passaggio dei due trans brasiliani che, sulle note di Cacao Meravigliao, sculettavano con un sorriso a trentadue denti.
Io, con i miei 22 anni di vantaggio e un pizzico di malizia in più, dall'alto del balcone che dava su Gay Pride torinese, dissimulavo un pizzico di (sano) imbarazzo rispondendo con un cenno a quanti (loro sì, con tanta malizia) mi strizzavano l'occhio dal corteo, con tanto di sguardi languidi. E' il giorno del Gay Pride, ed è il dazio da pagare alla mia curiosità.
Considerazioni. Uno: non avrei tenuto in braccio il mio poppante con la disinvoltura con cui lo faceva il genitore di Via Po, esponendolo ad una dozzina di tette al vento (qualcuna finta, qualcuna vera). Due: è stata una festa, bella, vivace, in cui si è trasmessa la voglia (legittima) di libertà. Le provocazioni ci stanno. Ma mi perdoneranno gli attivisti se ho storto e storco naso e bocca allo striscione "Caro Razzy, lo vuoi capire che ci piacciono i cazzi". Tre: aria di libertà e libero arbitrio, la respiriamo. Innegabilmente. Non siamo (ancora) pronti a vedere effusioni ostentate tra gay in pubblico. Io non lo sono, almeno. Lo saremo. Lo sarà (credo) il bambino che a due anni assisteva, divertito, al gay pride torinese. Vedendo sculettare i due trans brasiliani.

Postato da: pasquallido a 23:34 | link | commenti (6) |
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venerdì, 12 maggio 2006

Quando l'italiano viaggia...

Parliamoci chiaro. Se vi sentite penalizzati - come me - dal fatto che l'immagine degli italiani in viaggio all'estero sia drammaticamente compromessa (e a ragione) a causa dell'italiano medio spaccone e tamarro, con gli occhiali da sole anche di sera ed il suo delirio di onnipotenza che gli consente di sfoggiare inusitata sicurezza in patetici tentativi di abbordaggio e l'illusione che l'italiano (inteso come lingua) sia un Esperanto; se provate persino imbarazzo in terra estera quando gli autoctoni storcono il naso di fronte all'avanzata arrembante dei soliti italiani; se odiate i luoghi comuni ma pensate che, in fondo, nascondano sempre un briciolo di verità; beh, allora - cari miei - è il caso di rimboccarci le maniche.
E' in fase di decollo, da un'idea partorita a Praga mentre una scolaresca siciliana importunava ogni cosa respirasse nel giro di tre chilometri tre, il COMITATO PER IL RECUPERO DELLA CREDIBILITA' DEGLI ITALIANI IN VIAGGIO. Dimostreremo che a Barcellona si va anche per vedere la Sagrada Familia, che a Praga visitare la Chiesa di Tyn non è un optional e che - nonostante tutto e tutti - rimaniamo un paese di poeti, santi e navigatori. Aspetto paziente adesioni, Severgnini compreso.
(postate foto ceke su raicaldo.splinder.com)

Postato da: pasquallido a 22:31 | link | commenti (2) |
i miei viaggi, costume, ciò che succede intorno a pas

giovedì, 06 ottobre 2005

Toscani e gli omosessuali



Non credo di essere del tutto pronto a attendere pazientemente che scatti il verde indugiando su due uomini che si sbaciucchiano o si palpano impudicamente, per quanto abbia trovato Oliviero Toscani geniale in alcune trovate, talvolta. Credo in fondo che gli omosessuali oggi godano di una discreta libertà e che le relazioni tra gay rientrino finanche nella normale quotidianità, non più ghettizzati. Com'è giusto che sia. Ma non siamo ancora pronti, direi, a vedere esplicite effusioni in pubblico. Figuriamoci in gigantografie che tappezzano le nostre città. Pertanto, al bando la demagogia: la campagna è stata bloccata. Giustamente. Perchè un uomo con la mano sul pacco dell'altro è francamente troppo. Per ora, almeno.

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costume

domenica, 25 settembre 2005

Dei delitti e del pene

Una mia amica maliziosa mi ha portato un catalago TABU’ (for sex accessories and erotic toys), recuperato alla recente kermesse torinese “Erotic Tour”. Ora, sono in un vicolo cieco. Tutti penserete che la vecchia storia dell’amico non regge ed in realtà sia io il pervertito. E se ribadissi dicendo che no, me l’ha portato sul serio lei che era lì per lavorare temo che ironizzereste impietosamente sulle mie amicizie. Taglierò corto, dunque.

Sfogliando il depliant, sono rimasto esterrefatto nonostante abitare vicino ad un sexy shop (anche qui le coincidenze sembrerebbero condannarmi) mi aveva già garantito un approccio antropologico al genere. Il punto è che con il codice 3610 puoi ordinare un “fallo realistico del porno attore Sean Michaels in puro lattice con ventosa” (e non chiedetemi lumi sulla funzione della ventosa nè sulla dinamica con la quale hanno ricostruito esattamente il membro dell'attore) per tacere del Dr Loves (sic!), un improbabile aggeggio “per chi vuole giocare al dottore: stetoscopio composto da fallo in lattice super soft”. Come dire: ti masturbo controllandoti il battito cardiaco.

Mi ha spiazzato anche il Pocket Pet, “una vera chicca, bocca vibrante per simulazioni reali di veri rapporti orali”. No comment. E non mi convince neanche la “speciale mutandina stimolante in quanto nella parte interna troviamo un ovulo vibrante comandato a distanza dal telecomando”. “Fate impazzire la vostra donna quando meno se l’aspetta” recita in maniera inequivocabilmente esplicita, ahimè, l’istruzione. E io – chiamatemi pure bigotto – fatico oltremodo a immaginare una scena in cui, al ristorante, dopo la prima portata e mentre il vostro amico vi annoia con i suoi commenti sul caso-Fazio, tu, con preventivo occhiolino, inizi a farla godere. E’ che non mi convince.

Il bello è che la mia biondissima amica mi ha anche garantito che all’esposizione ci fosse un orgoglioso pienone. E che al bagno dei maschietti ci fosse una coda interminabile.

Postato da: pasquallido a 20:15 | link | commenti (12) |
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mercoledì, 17 agosto 2005

AFFISSIONI SARDE...

Ad Alghero mi sono imbattuto in questa fantastica affissione: quando la pronuncia locale si fonde con l'italiano, ecco che se ne vedono di belle. E dalle vostre parti, come sarebbe stato?

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mercoledì, 29 giugno 2005

Fenomenologia della sala studio

 

Dopo un mese di frequentazione assidua della sala studio Verdi di Via Verdi (sotto al collegio Verdi, quando si dice… la fantasia) ho la presunzione di avere un quadro socio-psicologico abbastanza definito del microcosmo che vi si sviluppa al suo interno e del quale ho fatto parte anch’io, almeno fino a ieri.


LE SUPERFIGHE  Portano venti centimetri di tacchi, fingendo di rammaricarsi se il loro incedere rumoroso disturba chi studia. Loro, le superfighe, non ci avevano mica pensato quando, alle otto del mattino, si truccavano per un’ora, sceglievano la minigonna ad hoc e si dirigevano in sala studio, al grido di “nessuno nel raggio di venti metri dovrà riuscire a studiare con me davanti”. Si dice che al sabato sera smettano i panni delle supervamp per uscire con un jeans ed una t-shirt, mooolto più comode. E lì magari ti accorgi che non è tutt'ora ciò che forzatamente luccica. ESAGERATE.

I BACCAGLIATORI Sul banco hanno, fedele copertura, il libro e gli appunti di marketing, aperto a pagina 24. Ma gli occhi cadono sulla mora del tavolo di fronte e la macchinetta del caffè diventa puntualmente un luogo deputato a rompere il… ghiaccio. A fine giornata, avranno rimediato qualche occhiataccia e riporranno nello zaino il libro, con un bel segno alla pagina 27. A meno che non decidano di ripiegare sulle sfacciate (vedi oltre). INCORREGGIBILI.

I MISTICI  Sono quelli che, potrebbe cascare il mondo, la testa dal libro non la tolgono. Sono talmente assorti che neanche il rumoroso vociare dei vicini di banco riesce a mandarli in tilt. Salvo quando sotto esame: distrarli significherebbe indurli ad una serie interminabile di improperi intrisi di sarcasmo. Un po’ come quando il mio vicino di banco promise a mezza sala studio di tornare all’indomani con la radio e il volume sparato a mille. SECCHIONI.

LE SFACCIATE-SPACCIATE  “Galeotto fu il libro e chi lo scrisse” hanno letto, una volta, da qualche parte. E allora confidano che lo stress da esami sia la molla che spinga da loro, brutte come la morte, maschi esauriti dallo studio e in cerca di distrazioni. Così, dopo 50 pagine di economia politica, per un ragazzo esausto anche la vicina grassona con la minigonna potrebbe diventare un diversivo. E allora, meglio essere sempre in tiro, anche se la ciccia straborda e le forme non sono propriamente quelle della Seredova. DISPERATE.

I CERCACASA  Non importa se e quanto studieranno. Per loro l’importante è avere libri e quaderni lì, sul tavolo. E, nel frattempo, fare spesa, iscriversi all’appello, prendere il caffè con l’amico che sembrava scomparso. Il loro “sto studiando alla Verdi” assume spesso i contorni di un “sto vivendo alla Verdi” e, nei ritagli di tempo, finiscono anche col leggiucchiare qualche pagina. Di “Leggo” o di “City”, magari. ITINERANTI.

I TIMIDI-ASOCIALI  Arrivi e chiedi se c’è posto. Loro prima ti ignorano, poi dicono di non saperlo. E tu già capisci di che pasta siano fatti. Vedi che preparano il tuo stesso esame e tu, retoricamente, ne chiedi conferma. “Sì, sto preparando letteratura” ti rispondono, rigirandosi dall’altra parte. IMPERTURBABILI.

GLI ESTROVERSI  All’estremo opposto, ci sono quelli e quelle che ti danno da parlare subito. Un giorno magari ti trovi a studiare nel tavolo a fianco al loro ed il giorno dopo, inspiegabilmente, ti chiedono se hai risolto i problemi con la tua ragazza. Talvolta l’estroverso è un baccagliatore mascherato. E lì bisogna stare attenti. Soprattutto se è del tuo stesso sesso. AMICONI.

I MENEFREGHISTI  Sono quelli per i quali la sala studio non è un luogo di tutti, ma la naturale estensione della propria casa, anche se magari è in Corso Trapani. Iniziano ad occupare quattro posti fingendo di aspettare amici-Godot che non arriveranno mai. Lasciano la suoneria al cellulare e, se gli gira, la cambiano mentre tu studi sentendole e risentendole tutte. Ma se sono loro a studiare, che non voli una mosca. Se squilla il cellulare, corrono all’impazzata fino all’uscita salvo rispondere un “pronto” urlato qualche passo prima di uscire dalla sala. ESISTO SOLO IO.

Postato da: pasquallido a 15:16 | link | commenti (8) |
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