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Sei mesi di lavoro, anche duro. E ti accorgi che hai meno tempo per te e gli altri. E per il blog, chiaramente. Un bel periodo, comunque. Contratto a progetto, of course. E allora, rieccoci qui. E il punto interrogativa che aleggia inquietante alle nostre spalle? Beh, facciamoci l'abitudine.
Non e' mica un problema, del resto, non poter pianificare la propria vita a 360 gradi? No, non lo e'. Ma non mi si venga a parlare dei problemi delle commesse e dei lavoratori stagionali, perchè se non arriva la gratificazione per chi studia, beh, allora nel sistema c'è qualcosa di piu' fondamentale che viene a mancare.
E allora: diritto delle aziende assumere a tempo determinato o a progetto. Pero c'e' qualcosa che non va quando viene meno, sul mercato, l'attenzione alla risorsa interna, proprio perche questa e' fisiologicamente volatile; e' allora che diventa maledettamente fallato il sistema.
C'e' qualcosa che non va quando una casa editrice che si chiama Zadig approfitta di un bando e di una borsa di studio finanziata da un ente esterno per promuovere uno stagista interno, dopo accurata selezione alla quale chi scrive e' malauguratamente (quanto casualmente) arrivato secondo.
Parentesi autobiografica chiusa. Avrei voluto scrivere, a fine anno, che delle 10 cose che chiedevo al 2006 (blog docet) una buona parte si e' realizzata. Mi sono laureato, ho viaggiato, ho trovato (temporaneamente) lavoro. Eppoi l'Ischia e' salita in D (a proposito, gran campionato!), Berlusconi ha perso le elezioni. E ho visto, intorno, tanti sorrisi. Molti dei quali sinceri. Ce n'e' abbastanza per accontentarsi, no?
A volte ritornano. A volte rimangono.
Dei delitti e delle pene
E ora come dirglielo, pensiamoci, ai tanti marcocommitante dei quali è costellata la nostra felice adolescenza, 'mastini' dei campi da calcetto, quelli - tanto per intenderci - che ringhiavano con ferocia sulle tue caviglie anche se, in fondo, i pali delle porte erano due bombole di gas svuotate e il fallo laterale era segnato da una linea invisibile ed arbitraria? Già, quando vigeva l'inganno della più inverosimile delle regole, 'gol o rigore' (come dire, il gol è dubbio, hai ragione, ma come la risolviamo? io qualcosa devo guadagnarci) e quando le pause interminabile erano quelle per recuperare i palloni in dirupi ai confini del mondo.

Ora si svegliano un mattino e decidono - orrore - che bisogna calmarsi un pochino. Risparmiarsi, insomma. Leggo e ripropongo: "La Cassazione avverte che non farà sconti di pena a chi, giocando a calcetto con gli amici in incontri del tutto amatoriali, procura lesioni all'avversario come se stesse giocando una partita decisiva di campionato. In particolare la Suprema Corte - con la sentenza 33577 della IV Sezione Penale - ha confermato la condanna per lesioni colpose gravi e la multa di 200 euro nei confronti di un ragazzo di Trapani, Giovanni G., che aveva rotto entrambi i legamenti rotulei delle ginocchia di un amico durante un incontro di calcetto improvvisato sulla spiaggia. Giovanni, con una "entrata in scivolata" di "estrema irruenza e violenza" aveva mandato a terra Giuseppe V. provocandogli la rottura bilaterale dei tendini di tutte e due le ginocchia".
Tranquilli, non è un provvedimento retroattivo e dunque il takle su De Siano che mi è valso, qualche settimana fa, l'etichetta di assassino resterà irrimediabilmente impunito. E con lui tutti quelli che, come il mio amico Marco, hanno alle spalle un'adolescenza di entrate da dietro e gomiti alti (sia detto con affetto, amico caro).
Ma il problema è di carattere generale e prende le mosse dagli innumerevoli "allora amm'a jucà a fa male?" che hanno dato il là a contese accese ai limiti della battaglia, con la spiaggia dei Pescatori pronta a trasformarsi in un'arena da gladiatori e la rissa, non neghiamolo, è sempre stata dietro l'angolo. Giocare a calcetto, dalle mie parti, è sempre stato pericolosamente eccitante, soprattutto tra i 14 e i 18 anni, prima che un ineffabile senso di quiete decubertiniana prendesse il posto dell'orgoglio da scugnizzo regolato sulle frequenze del 'vincere a tutti i costi'. Ecco, quelle battaglie restino intoccabili, neppure scalfite - nell'immaginario della nostra carriera di aspiranti calciatori in erba (quella sudicia del campetto di San Ciro, mista a fango) dai recenti richiami all'ordine.

Dar da mangiare agli scoiattoli a pochi passi dal centro di Genova, non troppo lontano da smog e caos, alla stregua dei gettonatissimi parchi londinesi. Ero colpevolmente all'oscuro della presenza, graditissima, di un folto numero di scoiattoli grigi, nel verde di Nervi, per nulla intimoriti dalla presenza dell'uomo col quale, anzi, sembrano aver instaurato una sorta di linguaggio in codice: frenetico battito di noci, e te li vedi arrivare in un men che non si dica, pronti allo spuntino. Nel 1966 cinque esemplari furono introdotti nella zona: la popolazione si è evidentemente almeno quintuplicata, e per gli amanti della natura che passano da queste parti, l'appuntamento è davvero ghiotto. Grazie a Serena, che ci ha condotto in questo piccolo ma intrigante angolo d'Italia, con tanto di noci, lasciate volentieri come 'pedaggio'.
Estate prima tranche - Ischia e affini





"Quella che vi raccontiamo è una storia di attese, sorrisi, urla e cortei, di due colori, il giallo e il blu, che si abbracciano e si fondono, avvolgendo l’isola nel suo giorno più bello; ma quello che vi raccontiamo oggi è, a ben vedere, solo l’attesissimo lieto fine di una storia che, come e forse più di tutte le storie che si rispettino, quasi nasca dalla penna di un sadico sceneggiatore, ha visto prolungarsi angosciosamente il percorso dei suoi protagonisti, disseminandolo di ostacoli via via più difficili tanto da far vacillare anche l’idea che, in fondo, si trattasse di una storia a lieto fine.
[...]
E’ una storia che ha un protagonista piccolo e tarchiato, come il brutto anattrocolo della favola verrebbe a dire, ma nel giorno del lieto fine, con quel numero dieci sulle spalle, la metamorfosi nel più regale dei cigni è perfettamente compiuta. In barba al trito e ritrito adagio lasciatoci in eredità dagli antichi romani, il suo profeta in patria Ischia ha scoperto di averlo; e le movenze e le phisique du rôle ricordano qualcuno che, da queste parti, è un delitto non ricordare. “Buonocore subito santo” richiede convinto uno striscione di Sant’Anastasia: l’iter è decisamente lungo, visti i precedenti, ma portare Ischia al settimo cielo è un buona credenziale, oltrechè un piccolo, grande privilegio, per chicchessia. Sorride, Enrico, e festeggia ebbro di gioia, col sottofondo canoro che accompagnava proprio le gesta di Maradona; e vederlo così, professionista navigato abituato ad altri palcoscenici, è un toccasana per chi crede che, in fondo, questo sport qualche valore continui a trasmetterlo.
Ha il volto pulito di questo figlio di Ischia la promozione più dura e più difficile e non è un caso che il suo splendido sinistro (giù il cappello) dia il là alla vittoria con la ‘v’ maiuscola, quella che “giochiamo contro i penultimi, ma il discorso chiudiamolo oggi”, quella che “non mi sembra vero, ma ce la stiamo facendo”.
[...]
Questa è anche una storia di ebbrezza e di felicità, e – per definizione – l’ebbrezza consente voli pindarici. Se li consentano, gli ischitani, perché oggi possono farlo, dopo aver masticato amaro per anni. Proseguino, i caroselli di ieri, idealmente ma non solo, fino alla gran festa di sabato. Perché è tempo di buttar fuori la rabbia di anni di cocenti delusioni; è tempo di festa.
Ecco, quella che vi raccontiamo è, soprattutto, la storia di una grande festa".


Incertezza.
Dei delitti e del pene
Una mia amica maliziosa mi ha portato un catalago TABU’ (for sex accessories and erotic toys), recuperato alla recente kermesse torinese “Erotic Tour”. Ora, sono in un vicolo cieco. Tutti penserete che la vecchia storia dell’amico non regge ed in realtà sia io il pervertito. E se ribadissi dicendo che no, me l’ha portato sul serio lei che era lì per lavorare temo che ironizzereste impietosamente sulle mie amicizie. Taglierò corto, dunque.
Sfogliando il depliant, sono rimasto esterrefatto nonostante abitare vicino ad un sexy shop (anche qui le coincidenze sembrerebbero condannarmi) mi aveva già garantito un approccio antropologico al genere. Il punto è che con il codice 3610 puoi ordinare un “fallo realistico del porno attore Sean Michaels in puro lattice con ventosa” (e non chiedetemi lumi sulla funzione della ventosa nè sulla dinamica con la quale hanno ricostruito esattamente il membro dell'attore) per tacere del Dr Loves (sic!), un improbabile aggeggio “per chi vuole giocare al dottore: stetoscopio composto da fallo in lattice super soft”. Come dire: ti masturbo controllandoti il battito cardiaco.
Mi ha spiazzato anche il Pocket Pet, “una vera chicca, bocca vibrante per simulazioni reali di veri rapporti orali”. No comment. E non mi convince neanche la “speciale mutandina stimolante in quanto nella parte interna troviamo un ovulo vibrante comandato a distanza dal telecomando”. “Fate impazzire la vostra donna quando meno se l’aspetta” recita in maniera inequivocabilmente esplicita, ahimè, l’istruzione. E io – chiamatemi pure bigotto – fatico oltremodo a immaginare una scena in cui, al ristorante, dopo la prima portata e mentre il vostro amico vi annoia con i suoi commenti sul caso-Fazio, tu, con preventivo occhiolino, inizi a farla godere. E’ che non mi convince.
Il bello è che la mia biondissima amica mi ha anche garantito che all’esposizione ci fosse un orgoglioso pienone. E che al bagno dei maschietti ci fosse una coda interminabile.

Sardegna mon amour


Nelle foto, in alto l'isolotto di Spargi; sopra, Porto Istana: le mie istantanee della Sardegna...



Fenomenologia della sala studio

Dopo un mese di frequentazione assidua della sala studio Verdi di Via Verdi (sotto al collegio Verdi, quando si dice… la fantasia) ho la presunzione di avere un quadro socio-psicologico abbastanza definito del microcosmo che vi si sviluppa al suo interno e del quale ho fatto parte anch’io, almeno fino a ieri.
LE SUPERFIGHE Portano venti centimetri di tacchi, fingendo di rammaricarsi se il loro incedere rumoroso disturba chi studia. Loro, le superfighe, non ci avevano mica pensato quando, alle otto del mattino, si truccavano per un’ora, sceglievano la minigonna ad hoc e si dirigevano in sala studio, al grido di “nessuno nel raggio di venti metri dovrà riuscire a studiare con me davanti”. Si dice che al sabato sera smettano i panni delle supervamp per uscire con un jeans ed una t-shirt, mooolto più comode. E lì magari ti accorgi che non è tutt'ora ciò che forzatamente luccica. ESAGERATE.
I BACCAGLIATORI Sul banco hanno, fedele copertura, il libro e gli appunti di marketing, aperto a pagina 24. Ma gli occhi cadono sulla mora del tavolo di fronte e la macchinetta del caffè diventa puntualmente un luogo deputato a rompere il… ghiaccio. A fine giornata, avranno rimediato qualche occhiataccia e riporranno nello zaino il libro, con un bel segno alla pagina 27. A meno che non decidano di ripiegare sulle sfacciate (vedi oltre). INCORREGGIBILI.
I MISTICI Sono quelli che, potrebbe cascare il mondo, la testa dal libro non la tolgono. Sono talmente assorti che neanche il rumoroso vociare dei vicini di banco riesce a mandarli in tilt. Salvo quando sotto esame: distrarli significherebbe indurli ad una serie interminabile di improperi intrisi di sarcasmo. Un po’ come quando il mio vicino di banco promise a mezza sala studio di tornare all’indomani con la radio e il volume sparato a mille. SECCHIONI.
LE SFACCIATE-SPACCIATE “Galeotto fu il libro e chi lo scrisse” hanno letto, una volta, da qualche parte. E allora confidano che lo stress da esami sia la molla che spinga da loro, brutte come la morte, maschi esauriti dallo studio e in cerca di distrazioni. Così, dopo 50 pagine di economia politica, per un ragazzo esausto anche la vicina grassona con la minigonna potrebbe diventare un diversivo. E allora, meglio essere sempre in tiro, anche se la ciccia straborda e le forme non sono propriamente quelle della Seredova. DISPERATE.
I CERCACASA Non importa se e quanto studieranno. Per loro l’importante è avere libri e quaderni lì, sul tavolo. E, nel frattempo, fare spesa, iscriversi all’appello, prendere il caffè con l’amico che sembrava scomparso. Il loro “sto studiando alla Verdi” assume spesso i contorni di un “sto vivendo alla Verdi” e, nei ritagli di tempo, finiscono anche col leggiucchiare qualche pagina. Di “Leggo” o di “City”, magari. ITINERANTI.
I TIMIDI-ASOCIALI Arrivi e chiedi se c’è posto. Loro prima ti ignorano, poi dicono di non saperlo. E tu già capisci di che pasta siano fatti. Vedi che preparano il tuo stesso esame e tu, retoricamente, ne chiedi conferma. “Sì, sto preparando letteratura” ti rispondono, rigirandosi dall’altra parte. IMPERTURBABILI.
GLI ESTROVERSI All’estremo opposto, ci sono quelli e quelle che ti danno da parlare subito. Un giorno magari ti trovi a studiare nel tavolo a fianco al loro ed il giorno dopo, inspiegabilmente, ti chiedono se hai risolto i problemi con la tua ragazza. Talvolta l’estroverso è un baccagliatore mascherato. E lì bisogna stare attenti. Soprattutto se è del tuo stesso sesso. AMICONI.
I MENEFREGHISTI Sono quelli per i quali la sala studio non è un luogo di tutti, ma la naturale estensione della propria casa, anche se magari è in Corso Trapani. Iniziano ad occupare quattro posti fingendo di aspettare amici-Godot che non arriveranno mai. Lasciano la suoneria al cellulare e, se gli gira, la cambiano mentre tu studi sentendole e risentendole tutte. Ma se sono loro a studiare, che non voli una mosca. Se squilla il cellulare, corrono all’impazzata fino all’uscita salvo rispondere un “pronto” urlato qualche passo prima di uscire dalla sala. ESISTO SOLO IO.