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Stiano attenti, gli aspiranti fotografi sull'isola d'Ischia. Perche' potranno essere bravi e spinti dallo spirito d'iniziativa e avventurarsi nei sentieri piu' nascosti della splendida isola verde, ma dovranno fare i conti con loro. Gli autoctoni. Che, quasi fossero cani da guardia addestrati all'uopo, sentono l'odore delle macchine fotografiche e, dalle loro ville semi (o senza il semi) abusive, escono con fare indagatorio. Ti guardano. E si chiedono, ti chiedono. L'idea che loschi individui si addentrino nell'Ischia nascosta con tanto di apparecchio, beh, non li manda in visibilio.
Ischia e' anche questa. Andiamo in giro a far fotografie, e la gente esce dalle case abusive, guardinga. Potresti star fotografando qualcosa che, chissa', ieri non c'era. E allora, meglio che giri alla larga. E se dai l'impressione di essere un turista, beh, allora meglio dirti che questa stradina e' una via cieca. Tu, che cieco non lo sei, intravedi l'impero del mattone deturpare il tuo paradiso. E loro, fare la guardia. Patetici.
E' anche questa Ischia. E mi dispiace.
Piuttosto che… cosa?
Mi ergo a capofila, se mi è consentita l’ambizione, di un movimento teso ad osteggiare con fermezza l’uso dilagante del piuttosto che settentrionalizzato, del quale – ahimè – si è perso ogni ragionevole controllo.
Intendiamoci: si usa sempre di più la forma piuttosto che in luogo di o. Ad Ischia ci sono turisti tedeschi piuttosto che americani significherebbe che l’isola verde è meta di entrambe le categoria. Il piuttosto che denaturalizzato lo si sente ovunque ed è pervasivo: io non solo non mi ci adeguo, ma – da sociolinguista in erba – vi invito ad ostacolarlo e a rimarcarlo come errore laddove vi imbattiate nel costrutto incriminato. Perché è grammaticalmente innammissibile.
E se la mia parola non è autorevole, beh, vi rimando a quella della linguista Ornella Castellani Pollidori che sul sito dell’Accademia della Crusca analizza dettagliatamente il fenomeno.
Se avete la pazienza di seguire il suo discorso, comprenderete una pericolosa deriva dell’italiano contemporaneo. “Si tratta – sottolinea - di una voga d’origine settentrionale, sbocciata in un linguaggio certo non popolare e probabilmente venato di snobismo (in tal senso è azzeccata l’allusione nel quesito a un uso invalso «tra le classi agiate del Settentrione»). Era fatale che tra i primi a intercettare golosamente l’infelice novità lessicale fossero i conduttori e i giornalisti televisivi, che insieme ai pubblicitari costituiscono le categorie che da qualche decennio - stante l’estrema pervasività e l’infinito potere di suggestione (non solo, si badi, sulle classi culturalmente più deboli) del "medium" per antonomasia - governano l’evolversi dell’italiano di consumo.
Non c’è giorno che dall’audio della televisione non ci arrivino attestazioni del piuttosto che alla moda, spesso ammannito in serie a raffica: «... piuttosto che ... piuttosto che ... piuttosto che ...», oppure «... piuttosto che ... o ... o ... », e via con le altre combinazioni possibili. Dalla ribalta televisiva il nuovo modulo ha fatto presto a scendere sulle pagine dei giornali: ormai non c’è lettura di quotidiano o di rivista in cui non si abbia occasione d’incontrarlo. E purtroppo la discutibile voga ha cominciato a infiltrarsi anche in usi e scritture a priori insospettabili (d’altra parte, se ha prontamente contagiato gli studenti universitari, come pensare che i docenti, in particolare i meno anziani, ne restino indenni?)”.
Come sottolineavo in apertura, si tratta di un costrutto inammissibile. Perché in contrasto con la tradizione grammaticale della nostra lingua e con la storia stessa del sintagma (a partire dalle premesse etimologiche); come sottolinea la linguista “la ragione più seria sta nel fatto che un piuttosto cheo può creare ambiguità sostanziali nella comunicazione, può insomma compromettere la funzione fondamentale del linguaggio”. Tra gli esempi, trovo citati e ripropongo: «È stupefacente riscontrare quanti italiani trentenni e quarantenni popolino le grandi università americane, piuttosto che gli istituti di ricerca e le industrie ad avanzata tecnologia nella Silicon Valley»; naturalmente questo piuttosto che pretende di surrogare la semplice disgiuntiva, ma il lettore non edotto è portato a chiedersi come mai i giovani studiosi italiani sbarcati negli Stati Uniti snobbino per l’appunto i prestigiosi centri di ricerca della Silicon Valley. E ancora: «... di questo passo, saranno gli omosessuali piuttosto che i poveri piuttosto che i neri piuttosto che gli zingari ad essere perseguitati»: frase pronunciata dal noto (e benemerito) dott. Gino Strada nel corso del Tg3 del 22.1.2002; in questo caso, la prospettiva d’una persecuzione concentrata protervamente sulla prima categoria avrà reso perplesso più di un ascoltatore”. abusivamente equiparato a
Insomma: da questo blog, da queste righe, rilancio una missione: non sono contro i cambiamenti, perché la lingua – ci insegnano i sociolinguisti – è in continua trasformazione e sono i parlanti, più che le grammatiche, a dettarne le regole; pur tuttavia, ci sono casi – e questo ne è uno – in cui il fenomeno stride con altri costrutti ben più radicati. Fermiamolo, finchè siamo in tempo.