A volte bisogna rallegrarsi della propria follia per essere contenti della propria saggezza

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Heracleum blog & web tools
domenica, 19 novembre 2006

mESSEngeR o non mESSEngeR,

questo è il problema

 



Siamo diventati tutti, direi irrimediabilmente, schiavi di Messenger. Comunichiamo sempre più al computer, anche se il telefono non ci costa (come quand’ero in collegio, per le telefonate interne, e preferivamo scriverci piuttosto che telefonarci da una camera all’altra) e anche se, in ufficio, siamo distanti dieci metri uno dall’altro. Cambia il costume, e allora sia benedetto questo ormai diffusissimo mezzo di comunicazione sincrono che mi fa sentire vicino ai miei amici di tutto il mondo. Poi succede che, conosciuto il mezzo, ci si smalizi, si blocchi il contatto che ti tormenta o quello che ti prende in giro per il pareggio della Juve con l’Albinoleffe, si imponga lo stato ‘invisibile’ in attesa che arrivi il contatto da baccagliare (virtualmente, of course). La moda è dilagante, il mezzo (quasi) uno status symbol. E la versione del MSN di Moggi con i contatti ‘sospetti’ (e di questi, qualcuno strategicamente bloccato) ci ha fatto sorridere. E accade che il nick di Messenger, o ancor di più l’occhiello che l’accompagna, sia una sorta di biglietto da visita, rendendo partecipi i tuoi contatti di quanto tu voglia quotidianamente condividere (mai, però, sostituire del tutto il proprio nome: capire chi sia Tornato dal viaggio a Caltanissetta potrebbe sennò essere impresa ardua). Ecco, allora, che si delineano più figure, a seconda dell’utilizzo che si fa del nick.

I CRIPTICI sono quelli che su MSN si presentano con nick incomprensibili ai più, nel malcelato tentativo che quella frase oscura a tutti i contatti porti, in fondo, a chiedere lumi. Egocentrismo spiccato, inutile dirlo: a volte si rivolgono ad una lingua straniera per accentuare la cripticità del messaggio. Salvo poi svelarne ogni più intimo risvolto alla prima richiesta di delucidazione.

GLI ADOLESCENZIALI, al contrario, utilizzano MSN alla stregua del vecchio diario delle medie, accompagnando il nick all’evento del giorno e, quel che più conta, all’emozione che l’accompagna. Capita allora di imbatterci in un “In ansia per l’esame di domani” , in un “Che bello, fra poco arriva Natale” o in un “Sto partendo per un lungo viaggio che non è Barcellona” dei quali faremmo volentieri tutti un po’ a meno.

I MONOCORDE, invece, tendono a portare avanti, sul nick, un unico tema, per esempio le vicissitudini della propria squadra del cuore o gli aggiornamenti apportati al proprio blog, o la crescita del proprio cagnolino.

I NO GLOBAL di MSN, che utilizzano il servizio solo quando è strettamente necessario per risparmiare i 15 centesimi dell’SMS, adoperano un nick scarno ed essenziale, spesso col nome (al massimo abbreviato, guai perderci un minuto in più).

I FANATICI, per i quali la vita reale è soltanto una delle finestre del Messenger, spesso trascurata, meditano a lungo il nick da proporre, scegliendolo spesso dopo nottate insonni.

I WORDS PLAYER, dei quali faccio sporadicamente (e con  risultati non sempre convincenti) parte, esprimono la propria comicità di parola attraverso il nick di MSN.

I PETTEGOLI, invece, propongono nick che riguardano sempre e solo i propri amici, diffondendone le novità (evidentemente sempre all’insaputa di questi).

E’ evidente che, dopo questo post, almeno metà dei miei contatti mi bloccherà. E non è detto che, in fondo, sia stata, questa, la molla che mi ha spinto a scriverlo.

Postato da: pasquallido a 18:44 | link | commenti (7) |
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giovedì, 09 novembre 2006

In pieno clima di biografia, fagocitato lo stile Treccani, ho sognato di dover biografare i miei amici, alla stregua dei personaggi famosi che realmente hanno meritato un posto sull'enciclopedia. Ci ho giocato, allora; certo che i diretti interessati staranno al gioco...

RISPOLI, ERNESTO RAMON. - Esploratore ischitano (n. Ischia 1979). Gli studi in architettura all'univ. di Napoli non lo distolsero dalla malcelata predisposizione ai viaggi che, talvolta, incrociò torbidamente con le sue relazioni amorose. Uomo dalla non inappuntabile puntualità, si distinse in modo particolare per l'attaccamento alle vicende sportive della Juventus. Notevole, fra le altre, la sua imitazione di Giovanni D'Acunto. Tra le opere, degne di menzione: Un viaggio chiamato amore (e viceversa) (2004); Ho chiamato master il mio cazzeggio (2005).

SIRABELLA, Patrick. - Parrucchiere con il passatempo della giurisprudenza (n. Ischia 1981). Si distinse per capacità affabulatorie e ars retorica; proverbiale l'interesse dei suoi aneddoti. La sua attività artistica, che perfezionò con il tempo, consta di un lavorìo lento e graduale, che gli valse i rimproveri del padre Antonio (Ischia, 1949), meglio conosciuto come Picasso. Della sua notevole produzione saggistica, ricordiamo: "Ciro Pone va' a quel paese" (2000), "Ho svegliato Ramon" (2004).

GRECO,  Peppone (più propr. Giuseppe). - Artista (n. Ischia 1979). Prima di approdare all'arte grafica, che lo vede oggi affermato esponente dell'astrattismo ischitano, si cimentò con il culto del proprio fisico (2000-2004). Nel suo linguaggio lo stile arrotondato, i colori caldi, la combinazione di astrattismo e erotismo ("Pink Horizon", 2006;"El sol, la luna, las estrellas", 2006), sono ideali per esprimere il suo credo surrealista. Non altrettanto notevole è la sua produzione fotografica. Famoso soprattutto per il saggio "A me che cazzo me ne fotte" (2003), incentrato sulla sua incrollabile intransigenza, ha scritto anche "'O cafè v'o pigliate vuie!" (2005).

RAICALDO, Pasquale. - Giornalista (n. Ischia 1981). Uomo d'umor faceto, si distinse per la capacità di giocare con le parole. Nonostante la sua notevole esperienza giornalistica (prima nel quotidiano "Il Golfo", poi a "Teleischia" con la conduzione dell'indimenticata "L'isola nel pallone" e poi da analista a "Tv Talk"), ebbe difficoltà con la comprensione del complicato concetto di "quindici-venti minuti" cui, infine, diede una sua personalissima definizione. Scrisse: Dottò, faciteme capì (2006), un lavoro sulla comprensione reciproca tra addetti ai lavori e profani; "Scegliersela della Costa Smeralda" (2004), un saggio sulla relazione tra amore e mare limpidissimo; "Non pago mai", un riuscito best-seller che racconta anni di accrediti.

MATTERA, Gianpiero. - Economista (n. Ischia 1982). Visse dapprima a Ischia, poi a Milano, quindi a Barcellona per trasferirsi, infine, a Roma (v. aggiornamenti per situazione attuale). Non tollerò, tra le altre cose, le persone anziane e i gruppi troppo nutriti. Ha scritto "I love Eliocuomo", un esplicito omaggio ad uno zarese dai modi poco ortodossi.

VUOLO, Simone. - Ottima forchetta (n. Ischia 1981). Si distinse per la spiccata propensione ai bagordi.

DE ROSA, Antonello. - Fantapresidente di Lega (n. Ischia 1983). Originario del Vatoliere, fu molto attivo nella creazione di Leghe di Fantacalcio curandone in maniera minuziosamente maniacale tutti gli aspetti logistici. Morì suicida.

SANNA, Sara. - Martire (n. Olbia 1985). Dopo gli studi in terra sarda, si trasferì all'univ. di Torino dove intraprese studi in lingue. Si distinse per una risata fragorosa e spesso fuori posto, ma anche per la sua proverbiale dolcezza. Il fortuito incontro con Raicaldo la portò gradualmente, ma ineluttabilmente, al martirio.

Postato da: pasquallido a 22:19 | link | commenti (6) |
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martedì, 17 ottobre 2006

Dei delitti e delle pene

E ora come dirglielo, pensiamoci, ai tanti marcocommitante dei quali è costellata la nostra felice adolescenza, 'mastini' dei campi da calcetto, quelli - tanto per intenderci - che ringhiavano con ferocia sulle tue caviglie anche se, in fondo, i pali delle porte erano due bombole di gas svuotate e il fallo laterale era segnato da una linea invisibile ed arbitraria? Già, quando vigeva l'inganno della più inverosimile delle regole, 'gol o rigore' (come dire, il gol è dubbio, hai ragione, ma come la risolviamo? io qualcosa devo guadagnarci) e quando le pause interminabile erano quelle per recuperare i palloni in dirupi ai confini del mondo.

Ora si svegliano un mattino e decidono - orrore - che bisogna calmarsi un pochino. Risparmiarsi, insomma. Leggo e ripropongo: "La Cassazione avverte che non farà sconti di pena a chi, giocando a calcetto con gli amici in incontri del tutto amatoriali, procura lesioni all'avversario come se stesse giocando una partita decisiva di campionato. In particolare la Suprema Corte - con la sentenza 33577 della IV Sezione Penale - ha confermato la condanna per lesioni colpose gravi e la multa di 200 euro nei confronti di un ragazzo di Trapani, Giovanni G., che aveva rotto entrambi i legamenti rotulei delle ginocchia di un amico durante un incontro di calcetto improvvisato sulla spiaggia. Giovanni, con una "entrata in scivolata" di "estrema irruenza e violenza" aveva mandato a terra Giuseppe V. provocandogli la rottura bilaterale dei tendini di tutte e due le ginocchia".

Tranquilli, non è un provvedimento retroattivo e dunque il takle su De Siano che mi è valso, qualche settimana fa, l'etichetta di assassino resterà irrimediabilmente impunito. E con lui tutti quelli che, come il mio amico Marco, hanno alle spalle un'adolescenza di entrate da dietro e gomiti alti (sia detto con affetto, amico caro).

Ma il problema è di carattere generale e prende le mosse dagli innumerevoli "allora amm'a jucà a fa male?" che hanno dato il là a contese accese ai limiti della battaglia, con la spiaggia dei Pescatori pronta a trasformarsi in un'arena da gladiatori e la rissa, non neghiamolo, è sempre stata dietro l'angolo. Giocare a calcetto, dalle mie parti, è sempre stato pericolosamente eccitante, soprattutto tra i 14 e i 18 anni, prima che un ineffabile senso di quiete decubertiniana prendesse il posto dell'orgoglio da scugnizzo regolato sulle frequenze del 'vincere a tutti i costi'. Ecco, quelle battaglie restino intoccabili, neppure scalfite - nell'immaginario della nostra carriera di aspiranti calciatori in erba (quella sudicia del campetto di San Ciro, mista a fango) dai recenti richiami all'ordine.

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mercoledì, 04 ottobre 2006

 Della Tommasi e di tutti gli altri ...Bocconi

Al mio risveglio torinese di stamattina, dopo l'abbondante colazione del NatCafè, sono stato bombardato da lei. Ad ogni angolo di Via Po, le sue gigantografie catturavano l'occhio. Ai semafori, gli ingorghi avevano tutti una semplice spiegazione: Sara Tommasi. I totem del nuovo calendario di Max (tutto esaurito in pochi giorni, scommettiamo?) hanno riempito Torino, dunque. Le sue tette ci hanno rapito. Ma io volevo capire qualcosa in più di questa ragazza che zompetta da un reality all'altro e che il mio amico Gianpiero mi aveva detto, tempo fa, sua compagna di corso alla Bocconi.

Mi sono allora imbattuto in una sua intervista, per penetrare (fuor di metafora, per carità: la mia Sara è nei paraggi) nell'universo-Sara Tommasi. Ed ho capito, bontà sua e del suo attento intervistatore, tante cose.

Ho capito, per esempio, che "più desideri il successo, più il fidanzato non riesce a essere quello della porta accanto". Ipse dixit. E allora pazienza, farò le mie scelte.

Ho capito anche che la Sara Tommasi si considera «un prodotto da vendere nel mercato dello showbusiness», cosa che mi sembra anche abbastanza centrata - a ben vedere - purchè non ci vengano più a parlare di femminismo e di mercificazione del corpo della donna, se una laureata con 105 alla Bocconi parla, senza giri di parole, di prostituzione intelligente.

Ho capito che se non sfonda con lo spettacolo, farà giornalismo, la Tommasi. E forse sfonderà anche lì, perchè - dopo tutto - è bella bella, e aiuta (vero, Gregoraci?). E che sua mamma, che dice “A me sembra che ti sei fatta togliere le mutande da tutta Italia e basta” , sarà anche ingenua, ma un po' c'ha ragione.

Ho capito tante cose, e ne capirete altrettanto voi, leggendo l'intervista della cinica Sara da Terni. Ma ho capito anche che, che lo compri o no il calendario, la Tommasi è una gran bella figliola e la prima a capirlo (e giù con la storia che tira più più un pelo...), Bocconi o non Bocconi, è stata proprio lei.

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martedì, 13 giugno 2006

La bocca vibrante
Si infittisce, intanto, il numero di coloro che accedono al mio blog, accidentalmente, inserendo sui motori di ricerca "bocca vibrante". Con l'augurio che non rimangano irrimediabilmente delusi, colgo l'occasione per salutarli con affetto.

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mercoledì, 07 giugno 2006

Vedi [città X] e poi muori
Una gentilissima commessa biellese, appreso che io sono di Ischia, ha attinto al suo bagaglio di conoscenze citando un proverbio che le sembrava di ricordare: Vedi Ischia, e poi muori.
L'avevo sentito di Napoli, Venezia, Firenze, Parigi, Roma e, se la memoria non mi inganna, anche di Roccasecca e Celle ligure. Insomma, una formula valida per ogni occasione e adattabile al paese di residenza dell'interlocutore da arruffianarsi.
Mi sono forse pentito della risposta caustica che le ho rifilato, forse perchè credeva in quel proverbio e anche perchè, non ce ne vogliano gli abitanti di Roccasecca, Ischia in fondo è davvero un'altra cosa.

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lunedì, 15 maggio 2006

29 e non festeggiarli


Vincere uno scudetto e non poterlo festeggiare. Perchè non credi più, in fondo, a quel calcio che tanto ti ha appassionato e tanto ti appassiona e quei colori per i quali ti sei emozionato, hai tifato, hai investito energìe sono (momentaneamente, si spera) offuscati dallo scandalo degli scandali, da un manigoldo che sembra sincero, davanti alle telecamere, nel rivelare affranto che qualcuno gli ha ucciso l'anima. Ma l'evidenza - caro Moggi - è un macigno pesantissimo, e allora ti emozioni nel vedere la Juve vincere a Bari e Capello il duro gioire come un bambino, ma ti chiedi - scottato - quanto valga davvero questo calcio.
No, non ci siamo: che qualcuno abbia il coraggio di fare un mea culpa. Perchè è tutto sbagliato, ma proprio tutto, a prescindere da quanto e come abbiano inciso le famigerate telefonate, a prescindere da tutto. Così non va. Che qualcuno, chi può ovviamente, me/ce lo restituisca, il calcio. Al più presto.

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mercoledì, 08 marzo 2006

I miracoli dell'Olimpiade

Sbiadisce, lentamente, il ricordo delle Olimpiadi. Ma viva è la sensazione di aver vissuto un miracolo. Anzi più miracoli:
1) Vedere i piemontesi entusiasmarsi, in blocco. E vivere la città, senza lo sguardo fisso sull'orologio.
2) Appassionarsi e discutere, anche animatamente, per uno sport che, se l'avessi inventato io, la neuro mi sarebbe alle costole. Viva il curling, insomma.
3) Allo stesso tavolo, americani e tedeschi (ubriachi) e un paio di cappellini istituizionali della Guardia di Finanza, che girano. I legittimi proprietari, ubriachi anch'essi, fanno baldoria all'insegna di un volemose bene nonostante non capisca un cazzo di quello che state dicendo. W l'Italia, insomma. E la divisa, of course.
4) Le notti bianche, una città che straborda. Ma ordinata, nel suo caotico delirio. Una roba del genere, a Napoli, avrebbero dovuto ricostruirla dalle fondamenta, all'indomani, la città.
5) Ho visto il fervore nazionalistico sul viso di chi, fino ad un giorno prima, pensava che bob fosse al massimo il nome del cane del vicino e immaginava la Fusar Poli una sala del Politecnico di Torino. W le Olimpiadi.
6) Bragagna, commentatore di Raisport, è impazzito in un delirio di onnipotenza nel quale si è immaginato re indiscusso di tutti gli sport, alla faccia di un Bizzotto qualunque. E la sigla dei Flinstones è diventata, come per incanto, lo stacchetto ideale per il curling.
7) La neve. Le Olimpiadi. La città illuminata a festa. Tanta gente. L'avevo sognato, da bambino.
8) Vedere i contestatori, no-global e quant'altri, quelli per cui il mondo va allo scatafascio, zittirsi e guardarle le Olimpiadi, perchè i portici di Via Po sono rimasti immacolati e lo spirito olimpico, forse, non è un'invenzione retorica.
9) Voglia di stupire, ovunque. Anche esibendo una modella in intimo, nella vetrina.
10) Fare coda ovunque. Senza batter ciglio.

Postato da: pasquallido a 00:12 | link | commenti (13) |
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domenica, 05 marzo 2006

La pillola 'sanremese'
Vorrei avere il becco, ma come la mettiamo con l'aviaria?

Postato da: pasquallido a 09:51 | link | commenti (3) |
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venerdì, 25 novembre 2005

Se si dopano i giocatori di bocce...

Fonte accreditata, il Corriere della Sera. Un anonimo giocatore inglese è diventato il primo caso in assoluto al mondo di positività ai test anti-doping nelle bocce. Siamo al capolinea, cari miei.
La vecchia storia del sarcastico "hai il fisico da giocatore di bocce" rifilato a te, improbabile calciatore in erba, non regge più.
E quella dell'ultrasessantenne che ammazza i pomeriggi al bocciodromo vacilla.

Ora, signori miei, anche le bocce reclamano una propria dignità. E come ogni sport che si rispetti mostrano orgogliose il proprio caso di doping. Perchè il binomio, se non è indissolubile, è quanto meno frequente.
Perchè nuoto più veloce dopandomi, calcio meglio se corro di più, in volata sono il migliore con l'Epo. E' l'Epo(ca) del doping, su questo non ci piove. E se piove, che serva per riempire la pseudo-boccetta dell'antidoping.
Controlli incrociati sangue-urine? Abbiamo paura dell'ago, anche se ci pagan
o milioni e Gattuso che arriva in takle o Materazzi con la bava alla bocca non ci scalfiscono mica.
Se si dopano i giocatori di bocce... Se si dopano i giocatori di bocce allora non stupiamoci se a tavola nostro nonno mostra i muscoli.
Se si dopano i giocatori di bocce è perchè magari al pallino ci arriviamo direttamente, col nostro mega braccio destro rinforzato dagli steroidi.
Se si dopano i giocatori di bocce mi aspetto, tempo un mese, l'antidoping anche nelle sale di biliardo. Tireremo con stecche frutto di una mutazione genetica dei nostri arti. E vi è andata bene che il Viagra ha le sue controindicazioni.
Se si dopano i giocatori di bocce. Se.
Ma magari era una bufala. E la sostanza era un diuretico. Voglio vedere voi, avvicinarvi al pallino con la cagarella.

Postato da: pasquallido a 23:32 | link | commenti (2) |
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giovedì, 17 novembre 2005

Celentanate


Sopravvissuti. Il primo giovedì senza Celentano è filato via liscio. Soprattutto, nessuno ha sentito la mancanza della ripartizione del mondo in lento e rock.
Ne avevamo, confessiamo tutti, le palle piene. Perchè il gioco è bello quando dura poco. Perchè l'italiano è una lingua bellissima e svilirla con la metaforizzazione di due aggettivi di matrice musicale è ...lento (argh!). Perchè, soprattutto, in giro lo facevano tutti, dai giornali ai professori. Perchè anche mia nonna ha definito lenta sua nuora (mia zia), ma non ho ancora chiaro se si riferisse alla sua intrinseca negatività o al fatto che la stesse aspettando - con le buste della spesa - da due ore. Con l'acqua che bolliva.

Due perle, sull'argomento.
Dipollina, su Repubblica: La cosa migliore rimane l'interpretazione che ho continuato a leggere in vari posti, quella di chi ha inteso che nella divisione celentaniana rock significasse veloce e assatanato e che lento significasse davvero lento. Così Celentano impara, la prossima volta, a usare termini meno metaforizzati, ripiegando magari con una cosa del tipo "figo" e scamuffo".

Dotto, su La Stampa (in pieno clima celentaniano): Metti il naso fuori dalla porta e incroci l'inquilino del primo piano che scende le scale a passo di carica: "Oggi mi sento rock". Ma neasnche barricato dentro casa stai sicuro: "Israele è Rock, Ahmadinejad è lento". [...] E' l'allarme sociale. L'epidemia è linguistica, il virus è la parola. [...] Celentano come Platone. Il dibattito monta. Il serpente è rock, il coccodrillo è lento. Lobotomizzati tutti. Invasi dall'ultracorpo. [Contagio a parte, le vere vittime della celentanata sono i rockettari. [...] A nome di tutti i rockettari e vincendo il conato di nausea, il quiz è: sputtanare il rock, è rock o lento?

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domenica, 16 ottobre 2005

Loro dicono, noi li votiamo



Non capisco questo gran parlare sull'influenza dei polli. Nel senso che sono anni, ahimè, che ci facciamo influenzare, votandoli, da quello che dicono a Forza Italia.

Postato da: pasquallido a 18:31 | link | commenti (2) |
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domenica, 25 settembre 2005

Dei delitti e del pene

Una mia amica maliziosa mi ha portato un catalago TABU’ (for sex accessories and erotic toys), recuperato alla recente kermesse torinese “Erotic Tour”. Ora, sono in un vicolo cieco. Tutti penserete che la vecchia storia dell’amico non regge ed in realtà sia io il pervertito. E se ribadissi dicendo che no, me l’ha portato sul serio lei che era lì per lavorare temo che ironizzereste impietosamente sulle mie amicizie. Taglierò corto, dunque.

Sfogliando il depliant, sono rimasto esterrefatto nonostante abitare vicino ad un sexy shop (anche qui le coincidenze sembrerebbero condannarmi) mi aveva già garantito un approccio antropologico al genere. Il punto è che con il codice 3610 puoi ordinare un “fallo realistico del porno attore Sean Michaels in puro lattice con ventosa” (e non chiedetemi lumi sulla funzione della ventosa nè sulla dinamica con la quale hanno ricostruito esattamente il membro dell'attore) per tacere del Dr Loves (sic!), un improbabile aggeggio “per chi vuole giocare al dottore: stetoscopio composto da fallo in lattice super soft”. Come dire: ti masturbo controllandoti il battito cardiaco.

Mi ha spiazzato anche il Pocket Pet, “una vera chicca, bocca vibrante per simulazioni reali di veri rapporti orali”. No comment. E non mi convince neanche la “speciale mutandina stimolante in quanto nella parte interna troviamo un ovulo vibrante comandato a distanza dal telecomando”. “Fate impazzire la vostra donna quando meno se l’aspetta” recita in maniera inequivocabilmente esplicita, ahimè, l’istruzione. E io – chiamatemi pure bigotto – fatico oltremodo a immaginare una scena in cui, al ristorante, dopo la prima portata e mentre il vostro amico vi annoia con i suoi commenti sul caso-Fazio, tu, con preventivo occhiolino, inizi a farla godere. E’ che non mi convince.

Il bello è che la mia biondissima amica mi ha anche garantito che all’esposizione ci fosse un orgoglioso pienone. E che al bagno dei maschietti ci fosse una coda interminabile.

Postato da: pasquallido a 20:15 | link | commenti (12) |
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mercoledì, 17 agosto 2005

AFFISSIONI SARDE...

Ad Alghero mi sono imbattuto in questa fantastica affissione: quando la pronuncia locale si fonde con l'italiano, ecco che se ne vedono di belle. E dalle vostre parti, come sarebbe stato?

Postato da: pasquallido a 22:14 | link | commenti (5) |
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mercoledì, 29 giugno 2005

Fenomenologia della sala studio

 

Dopo un mese di frequentazione assidua della sala studio Verdi di Via Verdi (sotto al collegio Verdi, quando si dice… la fantasia) ho la presunzione di avere un quadro socio-psicologico abbastanza definito del microcosmo che vi si sviluppa al suo interno e del quale ho fatto parte anch’io, almeno fino a ieri.


LE SUPERFIGHE  Portano venti centimetri di tacchi, fingendo di rammaricarsi se il loro incedere rumoroso disturba chi studia. Loro, le superfighe, non ci avevano mica pensato quando, alle otto del mattino, si truccavano per un’ora, sceglievano la minigonna ad hoc e si dirigevano in sala studio, al grido di “nessuno nel raggio di venti metri dovrà riuscire a studiare con me davanti”. Si dice che al sabato sera smettano i panni delle supervamp per uscire con un jeans ed una t-shirt, mooolto più comode. E lì magari ti accorgi che non è tutt'ora ciò che forzatamente luccica. ESAGERATE.

I BACCAGLIATORI Sul banco hanno, fedele copertura, il libro e gli appunti di marketing, aperto a pagina 24. Ma gli occhi cadono sulla mora del tavolo di fronte e la macchinetta del caffè diventa puntualmente un luogo deputato a rompere il… ghiaccio. A fine giornata, avranno rimediato qualche occhiataccia e riporranno nello zaino il libro, con un bel segno alla pagina 27. A meno che non decidano di ripiegare sulle sfacciate (vedi oltre). INCORREGGIBILI.

I MISTICI  Sono quelli che, potrebbe cascare il mondo, la testa dal libro non la tolgono. Sono talmente assorti che neanche il rumoroso vociare dei vicini di banco riesce a mandarli in tilt. Salvo quando sotto esame: distrarli significherebbe indurli ad una serie interminabile di improperi intrisi di sarcasmo. Un po’ come quando il mio vicino di banco promise a mezza sala studio di tornare all’indomani con la radio e il volume sparato a mille. SECCHIONI.

LE SFACCIATE-SPACCIATE  “Galeotto fu il libro e chi lo scrisse” hanno letto, una volta, da qualche parte. E allora confidano che lo stress da esami sia la molla che spinga da loro, brutte come la morte, maschi esauriti dallo studio e in cerca di distrazioni. Così, dopo 50 pagine di economia politica, per un ragazzo esausto anche la vicina grassona con la minigonna potrebbe diventare un diversivo. E allora, meglio essere sempre in tiro, anche se la ciccia straborda e le forme non sono propriamente quelle della Seredova. DISPERATE.

I CERCACASA  Non importa se e quanto studieranno. Per loro l’importante è avere libri e quaderni lì, sul tavolo. E, nel frattempo, fare spesa, iscriversi all’appello, prendere il caffè con l’amico che sembrava scomparso. Il loro “sto studiando alla Verdi” assume spesso i contorni di un “sto vivendo alla Verdi” e, nei ritagli di tempo, finiscono anche col leggiucchiare qualche pagina. Di “Leggo” o di “City”, magari. ITINERANTI.

I TIMIDI-ASOCIALI  Arrivi e chiedi se c’è posto. Loro prima ti ignorano, poi dicono di non saperlo. E tu già capisci di che pasta siano fatti. Vedi che preparano il tuo stesso esame e tu, retoricamente, ne chiedi conferma. “Sì, sto preparando letteratura” ti rispondono, rigirandosi dall’altra parte. IMPERTURBABILI.

GLI ESTROVERSI  All’estremo opposto, ci sono quelli e quelle che ti danno da parlare subito. Un giorno magari ti trovi a studiare nel tavolo a fianco al loro ed il giorno dopo, inspiegabilmente, ti chiedono se hai risolto i problemi con la tua ragazza. Talvolta l’estroverso è un baccagliatore mascherato. E lì bisogna stare attenti. Soprattutto se è del tuo stesso sesso. AMICONI.

I MENEFREGHISTI  Sono quelli per i quali la sala studio non è un luogo di tutti, ma la naturale estensione della propria casa, anche se magari è in Corso Trapani. Iniziano ad occupare quattro posti fingendo di aspettare amici-Godot che non arriveranno mai. Lasciano la suoneria al cellulare e, se gli gira, la cambiano mentre tu studi sentendole e risentendole tutte. Ma se sono loro a studiare, che non voli una mosca. Se squilla il cellulare, corrono all’impazzata fino all’uscita salvo rispondere un “pronto” urlato qualche passo prima di uscire dalla sala. ESISTO SOLO IO.

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costume, il mondo di pasquallido, pasquallido e humour, antropologia & affini

giovedì, 23 giugno 2005

Arcano svelato

Tutto spiegato. Leggo su Repubblica:
mentre il futuro premier lavorava di colla e pennello, "passò un gruppo di comunisti e mi buttò giù dalla scala su cui ero salito per attaccare i manifesti".
La caduta e la botta. Ci siamo, finalmente.

Postato da: pasquallido a 19:32 | link | commenti (7) |
pasquallido e humour