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questo è il problema

Siamo diventati tutti, direi irrimediabilmente, schiavi di Messenger. Comunichiamo sempre più al computer, anche se il telefono non ci costa (come quand’ero in collegio, per le telefonate interne, e preferivamo scriverci piuttosto che telefonarci da una camera all’altra) e anche se, in ufficio, siamo distanti dieci metri uno dall’altro. Cambia il costume, e allora sia benedetto questo ormai diffusissimo mezzo di comunicazione sincrono che mi fa sentire vicino ai miei amici di tutto il mondo. Poi succede che, conosciuto il mezzo, ci si smalizi, si blocchi il contatto che ti tormenta o quello che ti prende in giro per il pareggio della Juve con l’Albinoleffe, si imponga lo stato ‘invisibile’ in attesa che arrivi il contatto da baccagliare (virtualmente, of course). La moda è dilagante, il mezzo (quasi) uno status symbol. E la versione del MSN di Moggi con i contatti ‘sospetti’ (e di questi, qualcuno strategicamente bloccato) ci ha fatto sorridere. E accade che il nick di Messenger, o ancor di più l’occhiello che l’accompagna, sia una sorta di biglietto da visita, rendendo partecipi i tuoi contatti di quanto tu voglia quotidianamente condividere (mai, però, sostituire del tutto il proprio nome: capire chi sia Tornato dal viaggio a Caltanissetta potrebbe sennò essere impresa ardua). Ecco, allora, che si delineano più figure, a seconda dell’utilizzo che si fa del nick.
I CRIPTICI sono quelli che su MSN si presentano con nick incomprensibili ai più, nel malcelato tentativo che quella frase oscura a tutti i contatti porti, in fondo, a chiedere lumi. Egocentrismo spiccato, inutile dirlo: a volte si rivolgono ad una lingua straniera per accentuare la cripticità del messaggio. Salvo poi svelarne ogni più intimo risvolto alla prima richiesta di delucidazione.
GLI ADOLESCENZIALI, al contrario, utilizzano MSN alla stregua del vecchio diario delle medie, accompagnando il nick all’evento del giorno e, quel che più conta, all’emozione che l’accompagna. Capita allora di imbatterci in un “In ansia per l’esame di domani” , in un “Che bello, fra poco arriva Natale” o in un “Sto partendo per un lungo viaggio che non è Barcellona” dei quali faremmo volentieri tutti un po’ a meno.
I MONOCORDE, invece, tendono a portare avanti, sul nick, un unico tema, per esempio le vicissitudini della propria squadra del cuore o gli aggiornamenti apportati al proprio blog, o la crescita del proprio cagnolino.
I NO GLOBAL di MSN, che utilizzano il servizio solo quando è strettamente necessario per risparmiare i 15 centesimi dell’SMS, adoperano un nick scarno ed essenziale, spesso col nome (al massimo abbreviato, guai perderci un minuto in più).
I FANATICI, per i quali la vita reale è soltanto una delle finestre del Messenger, spesso trascurata, meditano a lungo il nick da proporre, scegliendolo spesso dopo nottate insonni.
I WORDS PLAYER, dei quali faccio sporadicamente (e con risultati non sempre convincenti) parte, esprimono la propria comicità di parola attraverso il nick di MSN.
I PETTEGOLI, invece, propongono nick che riguardano sempre e solo i propri amici, diffondendone le novità (evidentemente sempre all’insaputa di questi).
E’ evidente che, dopo questo post, almeno metà dei miei contatti mi bloccherà. E non è detto che, in fondo, sia stata, questa, la molla che mi ha spinto a scriverlo.

Dei delitti e delle pene
E ora come dirglielo, pensiamoci, ai tanti marcocommitante dei quali è costellata la nostra felice adolescenza, 'mastini' dei campi da calcetto, quelli - tanto per intenderci - che ringhiavano con ferocia sulle tue caviglie anche se, in fondo, i pali delle porte erano due bombole di gas svuotate e il fallo laterale era segnato da una linea invisibile ed arbitraria? Già, quando vigeva l'inganno della più inverosimile delle regole, 'gol o rigore' (come dire, il gol è dubbio, hai ragione, ma come la risolviamo? io qualcosa devo guadagnarci) e quando le pause interminabile erano quelle per recuperare i palloni in dirupi ai confini del mondo.

Ora si svegliano un mattino e decidono - orrore - che bisogna calmarsi un pochino. Risparmiarsi, insomma. Leggo e ripropongo: "La Cassazione avverte che non farà sconti di pena a chi, giocando a calcetto con gli amici in incontri del tutto amatoriali, procura lesioni all'avversario come se stesse giocando una partita decisiva di campionato. In particolare la Suprema Corte - con la sentenza 33577 della IV Sezione Penale - ha confermato la condanna per lesioni colpose gravi e la multa di 200 euro nei confronti di un ragazzo di Trapani, Giovanni G., che aveva rotto entrambi i legamenti rotulei delle ginocchia di un amico durante un incontro di calcetto improvvisato sulla spiaggia. Giovanni, con una "entrata in scivolata" di "estrema irruenza e violenza" aveva mandato a terra Giuseppe V. provocandogli la rottura bilaterale dei tendini di tutte e due le ginocchia".
Tranquilli, non è un provvedimento retroattivo e dunque il takle su De Siano che mi è valso, qualche settimana fa, l'etichetta di assassino resterà irrimediabilmente impunito. E con lui tutti quelli che, come il mio amico Marco, hanno alle spalle un'adolescenza di entrate da dietro e gomiti alti (sia detto con affetto, amico caro).
Ma il problema è di carattere generale e prende le mosse dagli innumerevoli "allora amm'a jucà a fa male?" che hanno dato il là a contese accese ai limiti della battaglia, con la spiaggia dei Pescatori pronta a trasformarsi in un'arena da gladiatori e la rissa, non neghiamolo, è sempre stata dietro l'angolo. Giocare a calcetto, dalle mie parti, è sempre stato pericolosamente eccitante, soprattutto tra i 14 e i 18 anni, prima che un ineffabile senso di quiete decubertiniana prendesse il posto dell'orgoglio da scugnizzo regolato sulle frequenze del 'vincere a tutti i costi'. Ecco, quelle battaglie restino intoccabili, neppure scalfite - nell'immaginario della nostra carriera di aspiranti calciatori in erba (quella sudicia del campetto di San Ciro, mista a fango) dai recenti richiami all'ordine.
Della Tommasi e di tutti gli altri ...Bocconi

Al mio risveglio torinese di stamattina, dopo l'abbondante colazione del NatCafè, sono stato bombardato da lei. Ad ogni angolo di Via Po, le sue gigantografie catturavano l'occhio. Ai semafori, gli ingorghi avevano tutti una semplice spiegazione: Sara Tommasi. I totem del nuovo calendario di Max (tutto esaurito in pochi giorni, scommettiamo?) hanno riempito Torino, dunque. Le sue tette ci hanno rapito. Ma io volevo capire qualcosa in più di questa ragazza che zompetta da un reality all'altro e che il mio amico Gianpiero mi aveva detto, tempo fa, sua compagna di corso alla Bocconi.
Mi sono allora imbattuto in una sua intervista, per penetrare (fuor di metafora, per carità: la mia Sara è nei paraggi) nell'universo-Sara Tommasi. Ed ho capito, bontà sua e del suo attento intervistatore, tante cose.
Ho capito, per esempio, che "più desideri il successo, più il fidanzato non riesce a essere quello della porta accanto". Ipse dixit. E allora pazienza, farò le mie scelte.
Ho capito anche che la Sara Tommasi si considera «un prodotto da vendere nel mercato dello showbusiness», cosa che mi sembra anche abbastanza centrata - a ben vedere - purchè non ci vengano più a parlare di femminismo e di mercificazione del corpo della donna, se una laureata con 105 alla Bocconi parla, senza giri di parole, di prostituzione intelligente.
Ho capito che se non sfonda con lo spettacolo, farà giornalismo, la Tommasi. E forse sfonderà anche lì, perchè - dopo tutto - è bella bella, e aiuta (vero, Gregoraci?). E che sua mamma, che dice “A me sembra che ti sei fatta togliere le mutande da tutta Italia e basta” , sarà anche ingenua, ma un po' c'ha ragione.
Ho capito tante cose, e ne capirete altrettanto voi, leggendo l'intervista della cinica Sara da Terni. Ma ho capito anche che, che lo compri o no il calendario, la Tommasi è una gran bella figliola e la prima a capirlo (e giù con la storia che tira più più un pelo...), Bocconi o non Bocconi, è stata proprio lei.


La pillola 'sanremese'
Vorrei avere il becco, ma come la mettiamo con l'aviaria?
Se si dopano i giocatori di bocce...
Celentanate

Dei delitti e del pene
Una mia amica maliziosa mi ha portato un catalago TABU’ (for sex accessories and erotic toys), recuperato alla recente kermesse torinese “Erotic Tour”. Ora, sono in un vicolo cieco. Tutti penserete che la vecchia storia dell’amico non regge ed in realtà sia io il pervertito. E se ribadissi dicendo che no, me l’ha portato sul serio lei che era lì per lavorare temo che ironizzereste impietosamente sulle mie amicizie. Taglierò corto, dunque.
Sfogliando il depliant, sono rimasto esterrefatto nonostante abitare vicino ad un sexy shop (anche qui le coincidenze sembrerebbero condannarmi) mi aveva già garantito un approccio antropologico al genere. Il punto è che con il codice 3610 puoi ordinare un “fallo realistico del porno attore Sean Michaels in puro lattice con ventosa” (e non chiedetemi lumi sulla funzione della ventosa nè sulla dinamica con la quale hanno ricostruito esattamente il membro dell'attore) per tacere del Dr Loves (sic!), un improbabile aggeggio “per chi vuole giocare al dottore: stetoscopio composto da fallo in lattice super soft”. Come dire: ti masturbo controllandoti il battito cardiaco.
Mi ha spiazzato anche il Pocket Pet, “una vera chicca, bocca vibrante per simulazioni reali di veri rapporti orali”. No comment. E non mi convince neanche la “speciale mutandina stimolante in quanto nella parte interna troviamo un ovulo vibrante comandato a distanza dal telecomando”. “Fate impazzire la vostra donna quando meno se l’aspetta” recita in maniera inequivocabilmente esplicita, ahimè, l’istruzione. E io – chiamatemi pure bigotto – fatico oltremodo a immaginare una scena in cui, al ristorante, dopo la prima portata e mentre il vostro amico vi annoia con i suoi commenti sul caso-Fazio, tu, con preventivo occhiolino, inizi a farla godere. E’ che non mi convince.
Il bello è che la mia biondissima amica mi ha anche garantito che all’esposizione ci fosse un orgoglioso pienone. E che al bagno dei maschietti ci fosse una coda interminabile.

Fenomenologia della sala studio

Dopo un mese di frequentazione assidua della sala studio Verdi di Via Verdi (sotto al collegio Verdi, quando si dice… la fantasia) ho la presunzione di avere un quadro socio-psicologico abbastanza definito del microcosmo che vi si sviluppa al suo interno e del quale ho fatto parte anch’io, almeno fino a ieri.
LE SUPERFIGHE Portano venti centimetri di tacchi, fingendo di rammaricarsi se il loro incedere rumoroso disturba chi studia. Loro, le superfighe, non ci avevano mica pensato quando, alle otto del mattino, si truccavano per un’ora, sceglievano la minigonna ad hoc e si dirigevano in sala studio, al grido di “nessuno nel raggio di venti metri dovrà riuscire a studiare con me davanti”. Si dice che al sabato sera smettano i panni delle supervamp per uscire con un jeans ed una t-shirt, mooolto più comode. E lì magari ti accorgi che non è tutt'ora ciò che forzatamente luccica. ESAGERATE.
I BACCAGLIATORI Sul banco hanno, fedele copertura, il libro e gli appunti di marketing, aperto a pagina 24. Ma gli occhi cadono sulla mora del tavolo di fronte e la macchinetta del caffè diventa puntualmente un luogo deputato a rompere il… ghiaccio. A fine giornata, avranno rimediato qualche occhiataccia e riporranno nello zaino il libro, con un bel segno alla pagina 27. A meno che non decidano di ripiegare sulle sfacciate (vedi oltre). INCORREGGIBILI.
I MISTICI Sono quelli che, potrebbe cascare il mondo, la testa dal libro non la tolgono. Sono talmente assorti che neanche il rumoroso vociare dei vicini di banco riesce a mandarli in tilt. Salvo quando sotto esame: distrarli significherebbe indurli ad una serie interminabile di improperi intrisi di sarcasmo. Un po’ come quando il mio vicino di banco promise a mezza sala studio di tornare all’indomani con la radio e il volume sparato a mille. SECCHIONI.
LE SFACCIATE-SPACCIATE “Galeotto fu il libro e chi lo scrisse” hanno letto, una volta, da qualche parte. E allora confidano che lo stress da esami sia la molla che spinga da loro, brutte come la morte, maschi esauriti dallo studio e in cerca di distrazioni. Così, dopo 50 pagine di economia politica, per un ragazzo esausto anche la vicina grassona con la minigonna potrebbe diventare un diversivo. E allora, meglio essere sempre in tiro, anche se la ciccia straborda e le forme non sono propriamente quelle della Seredova. DISPERATE.
I CERCACASA Non importa se e quanto studieranno. Per loro l’importante è avere libri e quaderni lì, sul tavolo. E, nel frattempo, fare spesa, iscriversi all’appello, prendere il caffè con l’amico che sembrava scomparso. Il loro “sto studiando alla Verdi” assume spesso i contorni di un “sto vivendo alla Verdi” e, nei ritagli di tempo, finiscono anche col leggiucchiare qualche pagina. Di “Leggo” o di “City”, magari. ITINERANTI.
I TIMIDI-ASOCIALI Arrivi e chiedi se c’è posto. Loro prima ti ignorano, poi dicono di non saperlo. E tu già capisci di che pasta siano fatti. Vedi che preparano il tuo stesso esame e tu, retoricamente, ne chiedi conferma. “Sì, sto preparando letteratura” ti rispondono, rigirandosi dall’altra parte. IMPERTURBABILI.
GLI ESTROVERSI All’estremo opposto, ci sono quelli e quelle che ti danno da parlare subito. Un giorno magari ti trovi a studiare nel tavolo a fianco al loro ed il giorno dopo, inspiegabilmente, ti chiedono se hai risolto i problemi con la tua ragazza. Talvolta l’estroverso è un baccagliatore mascherato. E lì bisogna stare attenti. Soprattutto se è del tuo stesso sesso. AMICONI.
I MENEFREGHISTI Sono quelli per i quali la sala studio non è un luogo di tutti, ma la naturale estensione della propria casa, anche se magari è in Corso Trapani. Iniziano ad occupare quattro posti fingendo di aspettare amici-Godot che non arriveranno mai. Lasciano la suoneria al cellulare e, se gli gira, la cambiano mentre tu studi sentendole e risentendole tutte. Ma se sono loro a studiare, che non voli una mosca. Se squilla il cellulare, corrono all’impazzata fino all’uscita salvo rispondere un “pronto” urlato qualche passo prima di uscire dalla sala. ESISTO SOLO IO.